Concerti Magazine Maestro Pio Montanari Sabato 28 luglio 2001

Un liutaio nascosto nei carruggi

In piazza chiedo un’informazione: “Scusi sa dov’è…”
“Sta cercando il liutaio?”
“Si”
“È quella porticina lì”.
E indica un angolo, una porta grigia.
Le cose sono due: o io ho proprio la faccia del violinista o in molti chiedono di lui, dopo essersi persi tra mille carruggi. E forse ha ragione : in questa Genova da scoprire, le cose o le vuoi e te le cerchi, oppure fai prima e te le scordi.
Il maestro Pio Montanari bisogna scovarlo, ma entrare nel suo laboratorio ti ripaga della fatica.
La luce del sole entra nella stanza di nascosto, violini e chitarre un po’ dappertutto, odore di legno e poi lui, il liutaio: grembiule da lavoro, belle mani, sguardo severo, sorridente. Le sue mani hanno restaurato persino il "Cannone", il violino di Paganini. Non so decidermi se dargli del tu o del lei, e così alterno.

Gino Paoli dice che sei introvabile, un po’ come qualunque cosa si cerchi a Genova, è vero?
Non direi. Cosa dovrei fare? Mettere un’insegna luminosa? Basta cercare sulle pagine gialle per sapere dove sono. Paoli non è un mio cliente abituale, ed effettivamente è arrivato da me accompagnato da un marinaio, che da queste parti è una specie d’istituzione.
Come ha iniziato a fare questo mestiere?
Non so, per caso. Facevo architettura, ma avendo una formazione classica, tutta quella matematica mi ha esasperato. E così ho iniziato a studiare alla scuola di liuteria di Cremona, dove mi sono diplomato. Subito dopo ho aperto bottega, con quelle due tre cose che sapevo fare, e nel frattempo mi sono laureato in architettura alternando lo studio serale al lavoro di cameriere.
La bottega l’hai aperta nei vicoli. Perché?
Fino a poco tempo fa Genova era solo vicoli. La scuola di liuteria genovese è sempre stata nel centro storico.
Quali caratteristiche deve avere un liutaio per fare bene il suo mestiere?
Vale quello che serve per qualsiasi altra disciplina: avere spirito di ricerca, non fermarsi, farsi guidare dalla curiosità. Insomma quello che ci vuole anche per vivere bene.
Ma il suo lavoro in cosa consiste esattamente?
Beh, costruisco violini, viole, violoncelli, restauro, rispondo al telefono, scopo per terra, rilascio interviste…
Qual è la differenza tra costruire uno strumento e restaurarlo?
Quando costruisco lo strumento lo considero mio, lo creo come voglio, come mi piace. Quando restauro, invece, considero il lavoro di chi ha fatto lo strumento e intervengo con la massima leggerezza possibile.
Cosa le piace di più nel costruire?
La sfida di fare qualcosa che funzioni il meglio possibile, migliorare sempre il proprio lavoro dal punto di vista tecnico, ma anche da quello estetico.
Lo strumento che gli ha dato più soddisfazioni?
È sempre l’ultimo, quello in cui hai messo il meglio della tua esperienza. Anche se poi guardando indietro ti accorgi che magari certe ingenuità degli inizi ti piacciono e allora le ripeschi.
Se dovessi dare un consiglio ai giovani che vogliono darsi alla liuteria?
Ognuno fa quello che vuole. Ma una cosa mi sento di dire: se lo volete fare fatelo al 100%, buttatevi a pesce, frequentate la gente e i posti giusti quando è il momento. Il talento in questo mestiere ci vuole, ma non è la cosa determinante, quello che fa diventare dei “fuori classe” è l’impulso vitale che si trasmette allo strumento e che va al di là della perfezione formale.
Ma quando costruisci uno strumento, ci pensi che sopravviverà nei secoli? E come influenza il tuo lavoro questa consapevolezza?
Il pensiero del futuro mi mette dei paletti. Penso di costruire uno strumento che suoni bene subito ma anche fra duecento anni, le due cose devono per forza coincidere.
Ascolti musica mentre costruisci?
Si, non mi separo mai da Bach, Jango Reinhard e Frank Zappa, anche se spesso sento il bisogno di stare in silenzio.

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