Magazine Lunedì 25 giugno 2012

'Acab', dal libro al film: intervista a Carlo Bonini

Magazine - Carlo Bonini, inviato speciale di Repubblica, giornalista che scava nelle inchieste, è autore del best seller Acab, dal quale è stato tratto l’omonimo film di Stefano Sollima che in questi giorni è in concorso al Festival del Cinema di Mosca.
Lo abbiamo incontrato per provare a parlare con lui di quello che significa Acab, e quindi anche di violenza e odio. Con una divisa o senza, in un periodo storico che ha bisogno di storie vere e non di genere. Fatte di gente comune, vittime e carnefici, spesso il rovescio della stessa medaglia.

Raccontare la violenza e l'odio senza cadere nei cliché o condizionamenti in un Paese come il nostro che sembra imprigionato negli stereotipi è una grande sfida. Pensi di esserci riuscito con Acab?
«Spero di sì. Penso di sì. Non so quanto fin dove. Ritengo che il libro abbia aperto una porta. Le reazioni che ha suscitato, il libro prima, il film dopo sono reazioni opposte le une dalle altre. Ognuno pensa e ritiene l’opposto di quello che un altro ha trovato. Provocando reazioni diverse il racconto viene bene, è qualcosa di non scontato dai clichè, secondo diversi piani di lettura dell’odio e della violenza. Quanto, è difficile dirlo, rispetto all’ambizione, penso di sì. Dipende anche quanto è arrivato a chi l’ha letto».

Si è detto molto di Acab, sia il libro sia il film, ma forse non si è sempre arrivati al cuore della questione. Molti sembrano aver paura di affrontare quello che vuole raccontare Acab. Si teme di dire Il Re è nudo?
«Sono d’accordo. Si ha paura a raccontarsi la verità. Il libro racconta verità scomode che riguardano ciascuno di noi. Il nostro modo di stare insieme sociopatico. Leggendo Acab si scopre nella propria testa e nella propria pancia qualcosa che si pensa appartenga a qualcun altro. Come un rifiuto. Si fa fatica a collocarsi in un punto di vista diverso dal tuo. In un paese come il nostro che fa fatica a raccontarsi è un ottimo punto di partenza ed è anche una medicina. Nel dna nazionale in genere meglio raccontarsi sciocchezze, mai la verità perché ti costringe a ragionare di te stesso. In questo il libro ha colto il segno».

Cinismo, solitudine, effetto branco, protagonismo comunque, è l'Italia di oggi? Siamo un Paese di narcisisti a nostra insaputa?
«L’espressione mi convince. Non so fino a quanto a nostra insaputa. Lo siamo stati fino alla sbornia. Il narcisismo è stato compresso nella rivoluzione culturale cominciata negli anni Ottanta e proseguita nei Novanta. Berlusconi è solo un’espressione, è stato l’autobiografia di una nazione. Il berlusconismo ha contribuito ma arriva da più lontano. È dalla fine degli anni Settanta che l’Italia si scopre un paese di narcisisti a loro insaputa. Ora, l’esito è un paese di narcisisti consapevoli. Se è vero che la parabola si inverte, il narciso cade, e torna a misurarsi con dei canoni in cui si rinnova, liberato. Narcisi consapevoli, sono le caratteristiche del panorama sociale odierno. Rispetto al quale sono cicli dell’umanità, i cicli si invertono quando ti misuri con questioni radicali, lavoro-non lavoro, vita-morte, povertà-ricchezza. Il narcisista vive un benessere percepito, al di sopra delle possibilità. Credo sia abbastanza chiaro agli italiani che è una condizione consapevole. Il protagonismo a tutti i costi, mettere in scena se stessi sempre e comunque che rivela l’altra faccia della medaglia, la solitudine. Più sei solo più avverti la dimensione di cercare visibilità. Il tessuto connettivo si è logorato, spappolato, o ti conosce qualcuno o sparisci. Troppo individualismo cominciato a metà degli anni Ottanta. In più non esistono più i partiti di massa che avevano una loro funzione di sintesi politica e sociale. È scomparsa la dimensione collettiva che è solo fasulla».

Cosa ne pensi della vittoria al Premio Calvino di A viso coperto, un romanzo violento sul delicato rapporto tra forze dell'ordine e ultrà, in questo momento?
«Sono felice della vittoria al Calvino di questo romanzo. Vuol dire che quel tema aggredito da Acab è vivo e c’è ancora molto da raccontare. Felice che si racconti la stessa cosa da un punto di vista diverso. È la conferma che c’è da raccontare. Quel posto lì andava illuminato e più luci ci sono ben vengano».

John Reed, era un rivoluzionario romantico e un grande giornalista. Una rivoluzione romantica è possibile? O solo il disincanto è già rivoluzionario? Come cambiare le cose, da dove cominciare?
«La rivoluzione può essere solo romantica. Anche se, come dice Mao, non è un pranzo di gala. Le rivoluzioni però non possono che essere romantiche. Se è vero che è un cambiamento radicale di uno status quo, quale che sia, culturale, di costume, di comportamenti,non può che sollecitare nei rivoluzionari la liberazione di un profondo cambiamento. Non c’è un passaggio vitale senza tratti romantici. Il disincanto non è mai rivoluzionario, può esserlo se è mentale o esistenziale. Il disincanto può essere una resa, da solo non è sufficiente. Ognuno dovrebbe custodire una parte di romanticismo. Un giornalista troppo cinico non è mai un buon giornalista. Risulterebbe freddo rispetto alle emozioni degli altri. Distante».

Scrivere di inchieste è un po' scavare a fondo per trovare la verità. Come farebbe un analista. Freud diceva che l'ipnosi aggiunge elementi, come la pittura, mentre la psicoanalisi li toglie, come la scultura. Sei pittore o scultore della parola?
«Premetto che pittore nel giornalismo è un termine deteriore, perché indica un giornalista non attendibile, che aggiunge. Detto questo, la scultura e il lavoro della parola è un lavoro per sottrazione. In realtà un giornalista dovrebbe essere un po’ l’uno e l’altro. Non per scelta pilatesca. Certamente scultore della parola ma l’idea che la scrittura sia anche un esercizio di costruzione, con qualcosa di ipnotico è suggestivo».

Il film Acab è incalzante, sembra dire che non c'è tempo neanche per psicologismi facili. La vita stessa è incalzante. Il nemico è alle porte, Il nemico che può essere chiunque. Semplicemente chi non si conosce. È sufficiente chiamare tutto questo odio? O forse non vogliamo guardare in noi stessi e conoscerci per quello che siamo?
«Lo chiamiamo odio ma insisto su questo, noi odiamo quello che ci fa paura. Mi è capitato spesso di raccontare di persone che hanno odiato e che erano persone che avevano paura di ciò che odiavano. E allo stesso tempo ne erano attratti (quello che ci fa paura ci attrae). L’antidoto è non aver paura. Il tratto distintivo del nostro tempo è che l’Italia è stata coltivata nelle sue paure. Paura del diverso, del capoufficio, del vicino di casa. Siamo passati da una paura all’altra. Paura di perdere ciò che si ha. La roba più che l’identità. Solo l’educazione a non aver paura è l’antidoto alla forma di odio. La conoscenza combatte l’oscurantismo. Hai paura di ciò che non conosci. Per questo è importante la battaglia contro la manipolazione. Lasciarti nell’ignoranza ti rende un uomo spaventato. Ben vengano libri, giornali, ecc. Gli slogan che mi catturano in questo momento sono quelli di un Paese che si vuole scrollare di dosso la paura. Non è questione di essere ottimisti ma di non aver paura. Se no, avrò sempre paura di qualcosa. Il nostro Paese ha vissuto un po’ una condizione fanciullesca negli ultimi vent’anni. Masse maggioritarie di eterni fanciulli. L’inseguimento della giovinezza perenne, capelli che non cadono, bellezza imperitura. Non c’è stato il genio del male ma l’autobiografia di quel momento».

di Arianna Destito

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