Concerti Magazine Mercoledì 13 giugno 2012

Giacomo Lariccia da Roma a Bruxelles. L'intervista

Magazine - Dal Belgio all’Italia, sola andata. Poi, anni dopo, il ritorno. Questo il viaggio di Giacomo Lariccia. Il viaggio della sua musica, ma anche il suo viaggio personale. Quello che dodici anni fa l’ha portato a Bruxelles, dopo la laurea in Scienze della Comunicazione, per rincorrere la sua grande passione: la musica. Poi sono arrivati l’amore e la carriera, e Giacomo ha deciso di restare. Lontano da casa.

Ed è proprio lontano dalle sue radici, che Giacomo ha scoperto la sua vena cantautoriale. Scrivendo e incidendo i primi pezzi nella capitale belga. Ma la cosa davvero sorprendente è che in pochissimo tempo ha ottenuto proprio nel paese francofono un buon riscontro di pubblico e di critica, cantando ed esibendosi in italiano. La cosa sembra non scomporre i belgi, ma a noi italiani desta un po’ di stupore.

La storia di Giacomo corre sul questo filo immaginario che collega il cuore dell'Europa con l'Italia. Un filo intessuto nella passione, nell'amore e nella testardaggine di chi sa di avere qualcosa da dire. La sua storia parte da lontano, ma è simile a quella di tanti giovani che per un motivo o per l'altro si trovano nella condizione di dover lasciare il proprio paese. È la storia di un sognatore, che nonostante i pronostici decisamente avversi, ce l'ha fatta a fare spazio nel cassetto dei desideri. Per questo abbiamo chiesto a Giacomo di farci entrare nel suo mondo e raccontarci la sua storia.

Quando ti sei trasferito in Belgio per studiare chitarra jazz pensavi che saresti tornato in Italia oppure è una decisione venuta col tempo, sfruttando le opportunità?
«Non è stata propriamente una decisione. Sono venuto per un'esperienza di studio di pochi mesi. Le condizioni favorevoli che ho trovato, nella musica e nella mia vita privata, mi hanno fatto restare».

Dall'Italia al Belgio, inseguendo il sogno della musica. Com'è maturata la scelta per un cantautore che canta e scrive in italiano di proporre il suo materiale in un paese francofono?
«Anche in questo caso la vita ti porta a compiere delle scelte senza accorgertene. Ero lanciato come chitarrista. La chitarra era (è) il mio strumento, avevo fatto uscire un disco a mio nome e collaboravo con diversi artisti. Alcuni di questi mi colpivano per come riuscivano a coniugare le loro radici, la loro provenienza culturale e la loro proposta artistica e proprio nel periodo in cui collaboravo con loro mi era stato chiesto dall'Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles di preparare alcuni omaggi a delle grandi figure della canzone italiana. Ho quindi ripreso in mano dischi e testi che per anni avevo dimenticato, occupato com'ero di approfondire la musica afroamericana. Lo studio meticoloso di alcuni dei nostri migliori cantautori, l'esperienza sul palco come cantante e l'urgenza di comunicare alcune storie per me significative e importanti hanno fatto si che iniziassi a scrivere alcune canzoni. Poi ci sono stati dei premi che ho vinto e da li è iniziato tutto».

L'immigrazione che canti è quella di chi se ne va, ma l'Italia è anche il paese dell'immigrazione di chi arriva, con tutti i problemi di integrazione che comporta. Problemi che tanti italiani vissero proprio in Belgio negli anni Cinquanta. Come si vive oggi da immigrato? Come vivono i tuoi bambini la difficile identità di figli di immigrati? E come voi genitori li aiutate in questo?
«La domanda è molto bella. Partire e lasciare il proprio paese ti porta a confrontarti con una cultura diversa, a volte ostile o semplicemente lontana dalla tua. Ti costringe a fare i conti con la tua identità. Ti poni delle domande che non ti saresti mai fatto se non fossi partito. Sei continuamente alla ricerca di te stesso perché ti senti diverso da cio' che ti circonda. La città di Bruxelles, bisogna dirlo, è una capitale multiculturale, dove alle immigrazioni tradizionali (quelle italiane delle miniere, africane provenienti dalle ex colonie, nordafricane per questioni linguistiche) si sommano le immigrazioni e gli spostamenti dovuti alle istituzioni europee e al loro indotto. Bruxelles è una babele di lingue e culture, una città che negli ultimi anni è diventata molto ricca e culturalmente accogliente: e per questo mi affascina. Cosa unisce l'immigrazione di cui faccio parte io e le altre immigrazioni? La ricerca di nuove opportunità, la voglia di migliorarsi e costruire qualcosa. Recentemente ho scritto alcuni brani proprio sulla epopea degli italiani emigrati in Belgio e mi sono sentito vicino a loro proprio per questa voglia di costruire qualcosa anche a costo di partire lasciando le sicurezze che ti vengono dalla conoscenza del tuo paese. I miei figli poi hanno una ricchezza nelle loro mani incredibile. A cinque anni il grande conosce e parla tre lingue e ne sente parlare spesso almeno altre tre, quattro. Vive a Bruxelles in mezzo a mille culture, ha due nazionalità e i quattro nonni in due paesi diversi. I miei figli crescono con degli stimoli che io, per esempio, non ho mai avuto alla loro età. Anche per noi genitori è tutta una scoperta. È vero però che i bambini hanno bisogno di radici e di punti di riferimento ed è questo che cerchiamo di dar loro anche se i nostri paesi sono lontani».

Il tuo modo di fare ed affrontare la musica è molto creativo. L'instabilità intrinseca del mestiere del musicista come si sposa con una casa, le bollette da pagare e la quotidianità di un nucleo familiare, per di più in un paese straniero?
«Senza la mia famiglia non avrei equilibrio, sarei senza baricentro e non avrei la tranquillità di aver già fatto qualcosa di importante nella mia vita. Inoltre fare il musicista avendo una famiglia ti costringe ad essere molto più concreto nelle tue scelte. Anche in quelle artistiche.
Mi ritengo un privilegiato perché la famiglia e la musica sono una doppia ricchezza: entrambe sono essenziali per la mia stabilità. In più ho la grande fortuna di essere sposato con una donna meravigliosa che appoggia in pieno le mie scelte e che condivide con me le gioie e le fatiche di questo mestiere. Colpo di Sole (l'ultimo album di Giacomo, ndr) infatti è dedicato a lei».

Allora parliamo del tuo album: un successo di pubblico e critica in Belgio, mentre in Italia purtroppo non è ancora decollato. Come te lo spieghi?
«Penso che la differenza sia semplicemente che abitando qui abbiamo più facilità nel proporre Colpo di Sole in questo paese. Qui sono più conosciuto da musicisti e organizzatori, ho più facilità nel propormi. In Italia invece parto da zero. Bisogna però dire che negli ultimi mesi, da quando è uscito il disco, i contatti con l'Italia si sono moltiplicati e l'interesse è stato grande. Da parte dei critici, della televisione, della stampa e recentemente anche dagli addetti del settore musicale. Colpo di Sole ha ancora molto da dire in Italia».

In Povera Italia canti la tristezza e la delusione di chi è costretto a lasciare il proprio paese perchè questo non gli offre abbastanza opportunità. Credi davvero che l'Italia sia un paese senza speranza, una nave che affonda da abbandonare il più in fretta possibile?
«No, non lo penso. Quella canzone non è un elogio della fuga. Se si legge attentamente il testo, senza lasciarsi fuorviare dal videoclip che ha voluto inserirsi in una polemica, quella dei cervelli in fuga, ci si rende conto che allo sconforto («è la mia di gente che non riconosco») segue l'orgoglio di appartenere ad una cultura e ad un paese che «ha il coraggio di rialzar la testa». È sicuramente una canzone di protesta come probabilmente ce ne sono state altre in questi ultimi anni. Solo che proviene da chi guarda l'Italia da fuori».

Il progetto Un'avventura in musica sfrutta le potenzialità di internet per cambiare il ruolo del pubblico. Pensi che nell'era digitale, in cui le grandi etichette discografiche sono messe in ginocchio dal peer to peer, questo possa essere il futuro della discografia?
«Ho difficoltà anche io a prevedere quale sarà il futuro della discografia. Certo non potrà basarsi sui cd e non prescindere da piattaforme quali gli smartphones, Ipod, Ipad e via dicendo.
Se prima esistevano dei percorsi prestabiliti, oggi la fantasia è al potere perché sta crollando tutto. Io ho provato a coinvolgere nella produzione del disco gli ascoltatori stessi. Sostenendo questo progetto hanno potuto gustarsi in diretta il making of di Colpo di Sole. Hanno seguito passo dopo passo la produzione e le varie scelte intervenendo da protagonisti in alcune fasi. Hanno scelto il primo singolo Scendo pedalando e alcuni hanno anche partecipato al videoclip. Altri hanno partecipato ad alcune fasi di registrazione e sono presenti in alcuni brani nelle scene di folla e alcuni cori (la fine de L'attendende Cancione in bicicletta e il coro finale di Sant'Eccehomo). Avventura in musica è stata una splendida avventura umana nella quale sono nate e fiorite nuove relazioni di amicizia e stima segno che la musica, anche senza televisione e talent show, ha ancora molto da dire nelle relazioni del nostro mondo».

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