Concerti Magazine Lunedì 11 giugno 2012

Bruce Springsteen a Firenze: maratona sotto la pioggia. Lunedì 11 giugno a Trieste

Magazine - L’attesa, la pioggia, la folla.
Queste le premesse del concerto di Bruce Springsteen ieri, domenica 10 giugno, allo Stadio Franchi di Firenze. Questa sera, lunedì 11 giugno, il Boss è a Trieste, ma nel capoluogo toscano il cantante statunitense ha regalato ai suoi fan uno spettacolo che difficilmente sarà replicabile, complice il meteo.

I gate aprono per mezzogiorno, ma già dalle prime ore del mattino il popolo del Boss si ritrova nei pressi dello stadio per ritirare il numero e partecipare alla Lottery per accedere al Pit. Il meccanismo dall’inizio poco chiaro, risulta nella pratica non rispettato. Semplicemente vengono dati dei numeri che garantiscono l’accesso a mezzogiorno invece che alle tre.
Nessuno lotteria per l’ordine di entrata alla fine, tutti in piedi sotto al palco per otto ore e mezza.

Ma per il Boss questo ed altro, anche se non si è irriducibili e si passano i cancelli dello stadio alle sei e mezza passate. Mille controlli per un’organizzazione fiorentina impeccabile prima di accede finalmente al prato. Non c’è calca ma il colpo d’occhio è da subito grandioso, tra palco enorme, amplificatori e luci appese in ogni dove. Senza spingere, arrivo più o meno ad una media distanza. E inizia l’attesa, prima seduti per terra, sulla copertura di plastica posta sopra il prato dello stadio, poi in piedi. Come da manuale, si inizio a fare due parole con chi mi sta intorno. C’è un gruppetto di ragazzi con fidanzate al seguito che arrivano da Pordenone, irriducibili fan in pellegrinaggio al seguito del Boss: venerdì Milano, oggi Firenze domani Trieste. Uno di loro mi confessa che «Il sotto palco è un’esperienza bellissima, ma devi avere voglia di stare in piedi tante ore, schiacciato. Però alla fine te lo ricordi per tutta la vita».
Lui l’ha fatto qualche anno fa a Barcellona e tanto gli è bastato, dice sistemandosi il registratore intorno al collo per incidere in maniera indelebile il suo Springsteen live. Accanto a me una mamma fiorentina doc esclama «Sono anni che non vengo ad un concerto, mio marito non ne ha mai voluto sapere, così ho dovuto aspettare che lui crescesse» e indica il figlio di diciassette anni tutto radioso.

Sorrido e mi guardo un po’ intorno, da neofita mi rendo conto di non aver afferrato fino in fondo il concetto. Mentre gli spalti del Franchini si riempiono, mi accorgo che una definizione per il pubblico non c’è. Ragazzini pantaloni corti e t-shirt in gruppetti chiassosi, famiglie intere con pargoli e panini al seguito, professionisti che fino all’ultimo minuto restano attaccati al telefono impartendo ordini alla segretaria e che mezz’ora dopo girandomi nel delirio della musica sento gridare «Bruce Springsteen è mio padre!» con le lacrime agli occhi, mentre salta come un quindicenne.

Verso le otto lo stadio è ormai stracolmo, sul prato siamo tutti in piedi appiccicati uno all’altro, mentre gli spalti gremiti improvvisano una serie di ole, dal sapore calcistico che ben si sposa col contesto. I tecnici iniziano ad inerpicarsi in modo acrobatico per raggiungere le postazioni luci: è il caos. Tutti vogliono il Boss sul palco. La tensione ormai è palpabile e nonostante non siano ancora le otto e mezza il pubblico chiama a gran voce il proprio idolo. E lui non si fa attendere.

Sale sul palco con la E Street Band alle otto e mezza spaccate dopo una breve introduzione musicale (registrata) sulle note di Ennio Morricone, un inizio da Far West. In fin dei conti lui è un vero cow boy, poche parole e subito ai fatti. Un breve saluto al pubblico e con il suo proverbiale «One, two,tree, four» è subito musica. Si parte con Badlands, poi No Surrender e un successo recente con We Take Care of Our Own, dedicata in uno zoppicante italiano a tutti quelli che soffrono a causa della crisi.

Il pubblico si incendia subito e un coro di voci accompagna il Boss mentre canta. Bruce Spingsteen, maglietta nera e jeans, fin dal primo minuto non si risparmia. Sorriso da ragazzaccio e grinta da adolescente salta balla e canta col pubblico, tra il pubblico e sul pubblico per tre ore e mezza. Coinvolge tutti col suo entusiasmo trascinante e idealmente fa salire tutti sul palco con lui, anche chi è un puntino lontano nelle retrovie che non riesce vedere neanche troppo bene i maxi schermi.

L’eccitazione è talmente alta che quando iniziano a cadere le prime gocce di pioggia nessuno ci fa caso. L’atmosfera è rovente e l’acqua evapora subito sui quarantamila di Firenze. Mentre risuonano le note di Death to my Own Town e My City of Ruins però la pioggia reclama attenzione e si fa battente. Spuntano k-way, cerate e qualche ombrello. Ma in fin dei conti non importa a nessuno. Si balla tutti insieme, il pubblico, Springsteen e la sua band. Un occhio ai maxischermi che proiettano immagini dalla regia incalzante da videoclip musicale, quando il Boss scende tra i fan delle prime file. Canta con loro, tocca mani, bacia ragazze in lacrime, accetta regali e cartelloni. Come può non piacere uno show così?

Nei momenti in cui il Boss si allontana, è la E Street Band a farla da padrone, con sonorità soul e jazz strega il pubblico. Fiati potenti e ben arrangiati, armonie perfette e coristi fenomenali. Ma giusto il tempo di cambiare la chitarra e il Boss si riprende subito il palco e una dopo l’altra arrivano Be True, Prove it All Night, Darlington Country e Honky Tonk Woman.

La pioggia aumenta d’intensità e chi si era arrampicato sui tetti dei palazzi intorno allo stadio per sentire il concerto inizia a rinunciare, ma chi è dentro è travolto dalla magia dell’attimo e non cede. Acqua dal cielo, acqua sul prato che ormai è un’immensa piscina, e acqua di chi ti è accanto ed è bagnato fradicio come te. Poi guardo il palco e vedo che il Boss è zuppo, ma continua a cantare, allungando ogni tanto la mano come a dire «Non sta mica piovendo!». E continua a scendere tra il pubblico, che gli porge pupazzi, striscioni e bambini. Come si fa con il papa. E lui li accarezza e ne tira uno sul palco cedendogli il microfono sulle note di Waitin’ on a Sunny Day. Il piccolo infagottato in una mantellina antipioggia che lo nasconde completamente non se lo fa ripetere due volte e intona la canzone da consumato professionista incitando perfino la band alle sue spalle.

È il delirio. Nel momento più intimo del concerto tra The Rising e Backstreets l’atmosfera si fa quasi messianica. Davanti ci si accapiglia per sfiorare il Boss, che sale sulle transenne quasi in trance e canta da lassù mentre centomila mani lo sorreggono. Dietro si accendono gli accendini. Altro che cellulari. Il tempo si è fermato al Franchini e non esistono diavolerie tecnologiche a distrarre il pubblico da quello che accade sul palco. Siamo in un’altra dimensione.

Il concerto termina con Rocky Ground. Ma mentre la pioggia diventa nubifragio, tutti a gran voce, zuppi, bagnati fino al midollo richiamano il Boss sul palco. E lui torna, ma forse non se n’era mai andato. Fradicio anche lui regala ai fan i suoi successi più conosciuti, Born in the Usa, Hungry Heart, Seven Night to Rock e ci si scatena. Mentre qualcuno inizia a battere in ritirata arriva Dancing in the Dark con l’immancabile ragazza fatta salire sul palco a ballare con Bruce.

Il Boss, forse dopo aver abbracciato la ragazza, visibilmente stremata dal freddo, ritorna dalla trance mistica in cui sembrava essere caduto e annuncia di voler terminare il concerto.
Ma Firenze non ci sta
. Non può finire così. Gli hanno già portato via la chitarra. Lui si ferma, fissa il pubblico, riacciuffa il tecnico che gli passa accanto, imbraccia ancora una volta lo strumento e dopo aver sospirato col suo solito sorrisino beffardo «You are fuckin’ diehards!» richiama tutti sul palco e regala Twist and Shout al pubblico in visibilio. Infine Who’ll Stop the Rain. Almeno per una notte, il Boss ce l’ha fatta, a non far sentire la pioggia a quarantamila persone che come me, si sono ritrovate a battere i denti fuori dal Franchini cantando Baby We Were Born to Run. Alla macchina, in autostrada e verso casa. Bagnati ma felici.

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