Magazine Martedì 22 maggio 2012

Alpinismo. 'La voce del ghiaccio', il libro di Simone Moro

© mtnexplorer / flickr.com

Magazine - Tutta la montagna sembra ormai ostaggio dell’uomo.

In un articolo che avrebbe cambiato la storia dell’alpinismo uscito in tutto il mondo nel 1966 (in Italia nel 1968, sulla Rivista Mensile del CAI), intitolato Assassinio dell’impossibile, Reinhold Messner lanciò un grido di rabbia e di dolore contro i chiodi ad espansione. Per lui il drago moriva lì, a causa di un tossico abuso di acciaio in parete. L'articolo diede la carica al free climbing facendo vivere giorni memorabili agli alpinisti allergici all’uso anche di una sola staffa.

Si può discutere intorno a quella filosofia, e criticarla, ma è indubbio che essa seppe dar voce a una concezione dell'alpinismo. Oggi, il nuovo rivoluzionario si chiama Simone Moro. L’ultimo suo libro contiene un messaggio capace di spaccare i vetri perché parla in maniera finalmente liberatoria della rinuncia.

Qui conviene essere chiari fin dall’inizio. Il bergamasco Simone Moro è uno degli alpinisti più forti al mondo, in assoluto. Il suo libro si intitola La voce del ghiaccio (Rizzoli, 2012, 261 pp, 18 Eu) perché – per lui – l’unico sogno a cui come alpinista possa aspirare è quello di salire gli 8000 nella stagione invernale, dal 21 dicembre in poi.
Nel 2009 ha portato a termine la prima salita invernale mondiale del Makalu (Himalaya, 8462 m) con Denis Urubko. Erano ventinove anni che gli alpinisti tentavano di raggiungere quella vetta.
Nel 2011 ha compiuto la prima salita invernale mondiale del Gasherbrum II (8035 m), sempre con lo stesso compagno.

Molte volte ha dovuto rinunciare prima di ottenere questi risultati. «Ho dunque fallito un numero considerevole di volte proprio per evitare che quell’avventura fosse l’ultima. A duecentocinquanta, a centosessanta, persino a novanta metri dalla cima è capitato che dicessi stop e tornassi indietro».
Simone ha riafferrato un concetto vecchio più di cinquant’anni, per cui l’impossibile deve continuare a vivere, soprattutto quando si può rivelare (in quel momento) insuperabile.

Messner ripudiò i chiodi ad espansione perché li considerava un maledetto corpo estraneo che avrebbe scempiato un quadro naturale: Simone Moro lascia alla montagna la sua umanità, quel pezzo di tempo in cui capisci che se vai avanti puoi magari arrivare: ma a che prezzo? Con la rinuncia si chiude il discorso sull’acciaio.

Simone ha mandato in frantumi il preconcetto sociologico per cui l'alpinista più forte è quello che non si ritira.
Ogni volta che Simone ha compiuto una rinuncia, ha saputo arricchirla di nuova linfa per (ri)conquistare la vetta che aveva dovuto sacrificare.
Salutiamo un nuovo bardo dell’impossibile.
Il re è morto, viva il re.

di Alberto Pezzini

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