Magazine Venerdì 20 luglio 2001

Stardust Memories

Anni beat di Lorenzo Marzaduri

Ricky ha sessant’anni e il fisico asciutto che aveva trenta o trentacinque anni fa, quando - scrivevano le riviste giovanili - uno degli unici due a fare il beat in Italia come doveva essere fatto, era lui. Più che asciutto, anzi, è magro. Tal quale una volta. Quando Mike Bongiorno lo introdusse sul palcoscenico di Sanremo lo presentò come il più magro cantante in concorso al festival, una nota di colore bislacca che neppure giovò. Lo eliminarono, infatti. In buona compagnia: escluso dalla finale, con altri, finì anche Luigi Tenco, eliminato pure lui la stessa sera. Proprio quella volta lì. La notte che presero il vino, cantò poi qualcuno, e ci lavarono la strada.

"Chiedi in giro adesso chi è Tenco," dice. "Se lo ricordano tutti," dice. "Lo conoscono tutti, adesso." Poi dice "Io non ero mica come lui." Allora lo guardi in faccia, esplori le rughe da vecchio guerriero comanche che gli rigano il volto, ma gli occhi che vedi guizzare tra quei solchi ti disarmano. "Lui quel che aveva dentro riusciva a dirlo, a scriverlo, riusciva a trovarci le note. Io no, i pezzi che cantavo me li scrivevano altri. Io ci mettevo la passione e la voce, avevo solo quelle." Ma era stata affidandola a quella passione e a quei toni di voce che l’accoppiata Mogol-Battisti aveva portato per la prima volta una propria canzone al successo. "Un gran bel pezzo, vero? " domanda, e io so che lui sa che la ricordo. La sua voce era affilata, in quel brano, ma non tagliava l’anima: la carezzava e la rimboccava di velluti leggeri. Dava l’emozione che danno certe carezze maschie, rudi e tenere assieme. Dava i brividi cantando cose semplici, ingenue come poteva esserlo un sogno in quell’epoca di sogni ad occhi aperti. Quando, per la prima volta nella storia, sembrava ai giovani di allora essere vicinissimi alla possibilità di cambiare il mondo.

"Certi problemi," dice, "non me li ponevo mica, però. Mi sembrava di avere il mondo in mano, questo sì, e non mi preoccupavo del domani. Vivevo alla giornata, era la vita del musicista. Oggi qui e domani là, capace che una sera suonavi a Verona e la sera dopo a Napoli. La mia vita era quella: arrivavi in un posto, scaricavi, montavi, ti esibivi, smontavi, caricavi, provavi a dormire qualche ora in un albergo uguale a quello della sera prima, e via un’altra volta. Sai la canzone dei Nomadi, quella che diceva che un figlio dei fiori non pensa al domani? Se anche ci avessi provato non mi sarebbe riuscito di immaginarlo, il domani che m’attendeva."

Sanremo sembrava l’inizio di qualcosa, infatti. In un certo modo, lo fu. "Dopo, andò tutto storto. Mi accusarono di ricettazione perchè avevo comprato un orologio da un amico, per fargli un favore. Diceva di avere un gran bisogno di soldi. Sai chi era?" Mi fa il nome di un noto paroliere dell’epoca. "Lui sapeva che quell’orologio era rubato e non me lo disse. Io credevo fosse suo. Lo dissi, ma lui si guardò bene dal confermare. Finii sulle prime pagine dei giornali, sbattuto lì come un mostro: ti lascio immaginare quel che si disse, quel che diceva la gente. Quei capelloni, tutti delinquenti e lazzaroni, ecco la prova. Eccoli lì, i corruttori dei nostri ragazzi, ecco la loro moralità..."

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di Donald Datti

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