Magazine Giovedì 19 luglio 2001

Peter e la fine del gioco. Parte II

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Era un album inquietante, End of the Game. Quaranta minuti di musica ripartita in sei brani di diseguale lunghezza; niente parti cantate, solo un blues estremo e dionisiaco; dialoghi serrati di corde e tastiere, danze liberatorie di basso e batteria, basi ritmiche ossessive, e quelle indimenticabili, lancinanti sciabolate di chitarra come fari nel buio, timide e rabbiose al tempo stesso. Fino al convulso, straziante monologo di chitarra che chiude l’album, un attimo prima che un secco inquietante rumore, come di puntina che gratta il vinile, preceda il silenzio.

Quel disco era, probabilmente, il più prodigioso e stupefacente vicolo cieco in cui un chitarrista rock potesse ficcarsi. Accanto a chi diceva, di Green, che s’era fatto un acido di troppo e si era semplicemente bevuto il cervello - poiché certi beninformati non mancano mai - ci fu chi spiegò infatti il suo lungo silenzio con la consapevolezza di non poter più produrre certi esiti, di non esser più in grado di volare alle medesime, vertiginose altezze. Anche Clapton dopo i Cream, si diceva, era andato in crisi sotto i colpi di un identico dubbio. Ma il silenzio di Clapton, il suo distacco dalle scene, era durato assai meno, non così a lungo da distruggerne il mito. Clapton, per il Bangla Desh, aveva offerto la propria esibizione; Green, per il Bangla Desh, aveva offerto sé stesso arruolandosi in un’organizzazione umanitaria, a seppelire i morti e dar da mangiare ai vivi.

Oggi Green è tornato a suonare col vecchio John Mayall, suo antico maestro di blues. Insieme hanno inciso un disco uscito quest’anno, al quale hanno collaborato gli amici di un tempo, i vecchi Bluesbreakers, i membri della prima formazione dei Fleetwood Mac, compagni di strada e altri ancora. Nel disco, la sua chitarra la si riconosce subito, è lì a riproporti certi struggenti languori, certe schermaglie rabbiose, che credevi ormai lacrime nella pioggia. Come se non avesse atteso, da anni, che di far musica con gli amici, per il gusto di farla e farla con loro. Perché, del vecchio giro, c’erano proprio tutti. Tranne Clapton, sebbene invitato.
Questione di scelte, immagino abbia pensato Peter. Tutto il resto è conseguenza, si sa.

Lorenzo Marzaduri
di Donald Datti

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