Magazine Domenica 22 luglio 2001

Peter e la fine del gioco

Magazine - Quando decise di far basta, era all’apice del successo. Aveva iniziato nei Bluesbreakers di John Mayall, dov’era entrato in sostituzione d’un certo Clapton, che non aveva fatto rimpiangere. Li aveva lasciati due anni dopo per dar vita a un gruppo leggendario, i Fleetwood Mac, coi quali aveva scritto e inciso brani famosi: la strumentale Albatross, subito entrata in classifica, Black Magic Woman, poi incisa dai Santana al massimo della loro popolarità e divenuta celeberrima, Need your love so bad e la straordinaria Oh! Well, autentici classici. La rivista specializzata "Melody Maker" aveva designato i Fleetwood Mac quale miglior gruppo inglese di blues, e incoronato lui chitarrista dell’anno.
Poi, la crisi. La decisione di devolvere tutte le proprie sostanze e i propri (cospicui) diritti d’autore a organizzazioni assistenziali no profit; quella di lasciare il gruppo e di ritirarsi a vivere in una comune in Germania; quella di tornare un anno dopo per dare una mano a vecchi amici rimasti senza chitarrista nel pieno d’una tournée; quella di incidere un ultimo disco, il cui titolo - End of the Game - la diceva lunghissima; infine, quella di sparire del tutto.

Per dieci anni Peter Green fu una specie di Godot, dal ritorno più volte favoleggiato e sempre da venire, oggetto di avvistamenti qua e là, di segnalazioni che lo davano, di volta in volta, benzinaio in una stazione di servizio periferica, barista in un sobborgo metropolitano, portantino volontario in un ospedale di provincia, emigrato in un kibbutz israeliano. Una volta il suo rientro venne dato per certo: gli Stone The Crow di Maggie Bell avevano perso tragicamente il loro chitarrista e cercavano un sostituto. Sembrò che Peter fosse disponibile ma, all’ultimo momento, fece sapere non sentirsela. E continuò a non sentirsela ancora a lungo. Tornò quando il rock era cambiato, e forse lo fece sperando che, ad attenderlo, fossero rimasti in pochi.

Lo conobbi allora, una ventina d’anni fa. Disponibile a parlare del suo nuovo gruppo, della musica che faceva, ma imbarazzato davanti a certe inevitabili domande. Come chi tema di non riuscire a farsi comprendere in modo esatto o, peggio, suscitare il compatimento e il disprezzo che si riserva agli sciocchi. Rispondeva in modo sghembo, a mezze frasi isolate: sembrava più importante per lui enunciare le conclusioni a cui certe esperienze lo avevano portato, piuttosto che fornire i dettagli di esse. Diceva che in fondo era solo questione di scelte, e il resto erano semplici conseguenze. A chi chiedeva di End of The Game mostrando, per quel suo lavoro, ammirazione e memoria, rispondeva con misurata cortesia, ringraziando, ma come di una cosa ormai assente dalla sua vita, di un’assenza divenuta parte di essa. Dieci anni erano passati da allora, e il Peter Green che l’aveva inciso non esisteva più.

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di Donald Datti

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