Magazine Lunedì 23 aprile 2012

Sesso a Cuba nel libro 'La moglie del Colonnello'

© Jon Himoff / Flickr.com

Magazine - Eduardo dorme serenamente accanto a me. Il rumore dell’aereo non sembra dargli fastidio. Nemmeno la turbolenza che abbiamo sentito quando abbiamo sorvolato la Nigeria. Io non riesco a dormire. Non sono riuscito a farlo nemmeno stanotte. Quando sono rimasto solo, ho pianto, ho morso il cuscino, accarezzato le canne della mia pistola e ho pensato di farmi saltare le cervella. È così facile mettere la pistola dentro la bocca e sparare. Il cervello si polverizza. Il cranio scoppia come una grotta minata. Volevo piangere. Immaginare il mio suicidio mi riempiva di dolore. Da quanti anni non piangevo?

Piangere mi ha consolato. Il ricordo di Nuria volteggiava nella mia testa come un uccello nero. Perché avevano scelto Eduardo per farmi recapitare quella maledetta busta gialla? Era un modo per umiliarmi? Chi voleva umiliarmi? Perché volevano umiliarmi? Ma ora sto meglio. Quando ho cominciato a rompere gli oggetti nel mio ufficio, Eduardo è riuscito a calmarmi. È un buon amico. Avevo bisogno di sentire una mano sulla spalla. Avevo bisogno di una mano che fermasse la mia. La foto di Nuria si è frantumata in mille pezzi. Si è salvata solo quella della bambina. La mia povera figlia. Non mi perdonerò mai di non essere stato al suo fianco, quando è morta. Nemmeno Nuria me l’ha perdonato. Ma non potevo tornare all’Avana, nel pieno di un’offensiva.

Successe tutto così rapidamente. Mi avevano detto che Graziella sarebbe vissuta ancora qualche mese, forse un anno, e che comunque, forse, un trapianto di midollo poteva salvarla. Ci è venuta a mancare all’improvviso, Nuria. Dico ci è perché era nostra: di noi due, Nuria. Forse Graziella è morta senza sapere che sua madre era una puttana. Buttai all’aria le carte. Credo che urlai. Credo che i soldati di scorta si allarmarono. Questo non è un comportamento maturo, mi disse Eduardo, sempre così razionale, così educato, con la parola giusta. L’ira è immatura, Eduardo. L’amavo molto. Adesso la odio. La odio? Come si può passare dall’amore all’odio in un attimo? Stanotte ho letto cento volte la lettera del generale Bermúdez, scritta in quella prosa burocratica che tanto detesto.

Colonnello Arturo Gómez,
stimato compagno. Eseguo con lei l’ingrato dovere di informarla che sua moglie, la compagna Nuria Garcés, non si è comportata all’altezza di quanto ci si aspetta dalla moglie di un onorato rivoluzionario internazionalista come lei. Mentre lei, valorosamente, in Africa difendeva la causa dei popoli oppressi, la compagna Garcés, durante un viaggio all’estero, intratteneva relazioni intime con un altro uomo. Il capitano Aramís Monreal, appartenente alla Divisione Controspionaggio del Ministero degli Interni, possiede tutte le informazioni sull’incidente, con l’ordine di usare la massima discrezione. Si metterà in contatto con lui appena tornerà all’Avana, per risolvere l’ingrato conflitto familiare. Spero che lei comprenda il nostro interesse per questa penosa faccenda. La gloria delle Forze Armate Rivoluzionarie dipende in gran parte dall’immagine dei suoi maggiori leader, e lei, colonnello Gómez, è uno di questi. Come immaginerà, colonnello Gómez, per noi è incompatibile l’appartenenza alla nostra istituzione e l’accettazione passiva dell’infedeltà di sua moglie, per il suo contenuto denigrante e demoralizzante, e per il rischio che una simile informazione cada in mano nemiche, per cui le raccomandiamo il divorzio immediato, per eliminare rapidamente lo sgradevole incidente, incombenza per la quale le confermo che può disporre gratuitamente del nostro ufficio legale, e le garantisco la certezza di un processo giusto e rapido, facilitato dall’assenza di bambini. A suo danno, invece, se lei decidesse di acconsentire al tradimento e di mantenere, malgrado il disonore, il suo vincolo coniugale, devo comunicarle la richiesta della sua rinuncia formale alle Forze Armate e al Partito Comunista, poiché lei conosce le alte aspettative che abbiamo verso i nostri membri.
Confido pienamente nel fatto che saprà agire in accordo con i principi della nostra Rivoluzione e che continuerà per molti anni ancora a servire la causa del socialismo con la stessa costanza e lo stesso amore con cui l’ha fatto finora. Patria o morte. La saluta, con grande rispetto,
Luis Bermúdez, Generale di Divisione.


Rispetto? Chi rispetta i cornuti, generale? Perché hanno spiato Nuria? Non si fidavano di lei perché i suoi genitori e sua sorella sono in esilio all’estero? Non bastava la sua ininterrotta obbedienza, la sua militanza? Cosa li ha spinti a pensare che mi tradisse? Sapevano di altri adulteri precedenti? Da quando la spiavano? Se lo sapevano, perché non me l’hanno detto? Quanti dei miei compagni sanno che Nuria mi ingannava? Che scherzi hanno fatto alle mie spalle? Con chi mi tradiva? Chi è la canaglia che è andato a letto con lei? Lo ucciderei. Lo ucciderei con un colpo al cuore. Ho riletto anche cento volte le lettere di Nuria, scritte con cura sulla carta elegante che le regalavano all’ambasciata francese. Nuria, Nuria, sempre attenta ai dettagli di forma, innamorata degli oggetti belli. «Ti amo Arturo, e non vedo l’ora di rivederti. Ieri ti ho sognato, Arturo, ho sognato che mi baciavi, che eravamo in una camera dell’Hotel Riviera».

Nell’Hotel Riviera, Nuria, facemmo l’amore per la prima volta. Eravamo due ragazzi, Nuria, e tu eri vergine. Bevemmo due coppe di menta, per darci coraggio. Io rovesciai la mia. Eravamo nervosi. Non era la prima volta che andavo a letto con una donna, ma era la prima volta che quella donna non era una puttana. Era la prima volta che lo facevo con una vergine.
Ricordo i tuoi timori, il tuo pudore della prima volta, la mia paura di far fiasco, di non farti godere, di venire prima di penetrarti, Nuria, perché in quell’epoca il mio seme galoppava con la velocità della mia fantasia. Ma tutto andò bene, Nuria, e ruppi il tuo imene, e tu sanguinasti, e io ti venni dentro, e dopo tu piangesti, non di dolore, ma di una strana felicità, per essere diventata donna tra le mia braccia, perché allora, Nuria, eravamo molto innamorati, e ci desideravamo, ci amavamo, e io ti chiesi se avessi goduto, e tu mi guardasti negli occhi, come per dirmi che questa cosa non era la più importante, ma mi abbracciasti con forza, mentre mi assicurasti che sì, avevi goduto, e questo per me era essenziale, perché in questo, credevo io, stava la mia virilità.

Forse non hai mai goduto abbastanza con me, Nuria, per questo mi hai tradito? Perché mi scrivevi quelle lettere, Nuria, se mi tradivi, se non ti soddisfacevo come uomo? Perché mi raccontavi, per eccitarmi, che conservavi nel cassetto la mia biancheria intima e la tua, impregnata del nostro sudore, delle nostre secrezioni, dopo la mattina in cui facemmo l’amore
in quell’hotel dell’Avana Vecchia, e non ci lavammo per conservare intatto l’odore dell’altro, e mi dicevi che a volte ti addormentavi con quella biancheria accanto al volto, come per ravvivare i ricordi più intimi. La mia mano sul tuo sesso. La tua sul mio. La mia bocca tra le tue gambe. La tua lingua che lambiva il mio membro, mentre mi gettavi uno sguardo lussurioso. I tuoi capezzoli tra le mie dita. Nuria, ascolto la tua voce disperata, muoio, muoio, e vedo i tuoi occhi scintillanti di piacere nella penombra della camera, nel lampo trionfale di chi ama e gode nello stesso tempo. Perché mi scrivevi quelle lettere? Per consolare questa misera solitudine di caserma? Per alleggerire la mia vita di soldato? Per mantenere vivo un amore che, in realtà, non ti interessava? L’invio delle tue lettere ora per me è un insulto.
«Ti aspetto con ansia. Al muro ci sono i disegni sfocati di una donna nuda. Sono io. Vieni, brucio dalla voglia di rivederti. Muoio per te. Nessuno ha amato tanto. Viaggia con questa lettera, come dici tu, un bacio prolungato, come quello di quel vecchio tango che tanto ci piace».

Aprii la mia cassaforte, dove custodisco i documenti più compromettenti. Per prima cosa gettai nella spazzatura la cassetta dei bolero romantici che avevi registrato per me, per allietare la mia solitudine, «perché non ti dimentichi di me», dicevi, e poi strappai in mille pezzi le foto erotiche che mi avevi dato quando ero partito per la mia prima missione interimpnazionalista. Le ricordi? Te le avevo fatte io stesso nello studio del pittore. Le nascondevamo come un tesoro. Sapevi che mi piaceva guardare quando ti toccavi, con le gambe aperte di fronte alla macchina fotografica, mentre la tua mano destra si accarezzava il sesso, la sinistra si stringeva i capezzoli, e sul tuo viso si vedeva il piacere che stavi provando. Me l’avevi dedicata con parole che mi avevano fatto tremare: «Con te nella mia mente, amore mio». Era realmente a me che pensavi, quando ti masturbavi? Come posso saperlo, dopo ciò che è successo? Non pensavi a un altro? Distrussi la foto con rabbia, come avrei distrutto lei, se fosse stata presente. Ti odio con tutta la mia anima, Nuria. Ti odio con la stessa intensità con cui ho odiato i miei nemici quando gli sparavo, quando ho affondato nei loro corpi il pugnale, una volta e un’altra ancora, fino a vederli morire. Ti disprezzo come disprezzavo la spia alla quale feci saltare la testa con un colpo, quando scoprii il suo tradimento. I pezzi del suo cervello, Nuria, mi schizzarono in faccia, e non sentii il minimo rimorso.

di Carlos Alberto Montaner

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