Attualità Magazine Mercoledì 1 febbraio 2012

Facebook in borsa: «Bisogna limitare lo strapotere di Zuckerberg»

Magazine - È di questi giorni la notizia dell'imminente ingresso in borsa di Facebook. Il re dei social network potrebbe fare la sua entrata nel mercato azionario con un'Ipo (l'equivalente della nostra Opa, Offerta Pubblica di Acquisto) stimata in 5 miliardi di dollari.
La procedura di valutazione da parte della Sec (la Consob Usa) durerà probabilmente fino a maggio, ma già scorrendo le pagine del Registration statement presentato presso l'organismo di controllo, ci si rende conto dei dubbi che potrebbero assalire i futuri azionisti: la società è fortemente influenzata dal padre-padrone Mark Zuckerberg, contemporaneamente fondatore, presidente e amministratore delegato. «Pur essendo un dirigente, Zuckerberg ha diritto a votare come proprietario di azioni nel proprio interesse, che non è detto sia coincidente con quello generale» mette in guarda il documento in 22 pagine che spiegano tutte le criticità del colosso dei social network, dalle possibili falle del codice ai bug nella gestione dei dati personali degli utenti.

In attesa di conoscere che impatto avrà l'impatto di Facebook sui listini, il fatturato pubblicitario della società sta lievitando giorno dopo giorno. Ma tutta questa ricchezza a chi va?

Ecco dunque una riflessione sulla vita ai tempi dei social network, che è cambiata per tanti in tutto il mondo. Molte persone stanno sperimentando un modo diverso di comunicare tra loro. Facebook, Twitter, Linkedin, You Tube, quattro siti che anch'io uso tutti i giorni, forniscono una piattaforma intelligente, in continua evoluzione, dove ti diverti a vedere il seguito che hanno i tuoi post, le tue foto e i tuoi video. In tanti hanno trovato vecchi amici e compagni di scuola. C'è che li usa semplicemente per mettersi in contatto con le persone che conoscono, organizzare una cena, raccontare i fatti propri. Moltissimi, invece, anche per esprimere il proprio dissenso nei confronti dei governi, usandoli come i vecchi tazebao, dal popolo viola ai cittadini maghrebini in lotta. Insomma, da Twitter a Facebook, i social network la sanno lunga.

Da poco mi è capitato per le mani un libro che ho anche presentato in pubblico, Vivere social di Federico Guerrini, che spiega come queste piattaforme siano anche utili alle aziende per fare marketing dei loro prodotti. Un manuale per imprenditori ai tempi di Facebook. Non è teorico, non fa analisi sociologiche sul fenomeno, ma racconta con dovizia di particolari come aprire pagine o fare marketing per la propria azienda sui siti citati prima, e anche su Flickr, Foursquare e SlideShare. Gli ultimi due sono nati da poco, ma forse sono destinati a crescere. Foursquare inoltre gioca sulla geolocalizzazione, e sull'uso dello smartphone, insomma è organizzato in modo che, quando sei in un determinato posto, ti informa su negozi, ristoranti o locali presenti sul territorio.

Per ogni singola piattaforma, Guerrini descrive alcuni casi di studio, cioè aziende che hanno colto le opportunità offerte dai social network per incrementare la propria visibilità e quindi il proprio fatturato, creando una community affezionata. Alle aziende più grandi, che possono investire più denaro sui vari siti, vengono offerti più spazio e più strumenti. In qualche caso anche la consulenza di un umano in carne ed ossa, mentre le piccole aziende scelgono il fai da te, che in molti casi è gratis. Pensate che il costo dei brand channel su You Tube parte da centomila dollari. Certo, ci sono soluzioni molto più economiche. E, come dicevo prima, anche tante soluzioni a costo zero.

Leggendo il libro, anch'io che sono un'addetta ai lavori ho trovato dei suggerimenti utili. Ma non è tutto oro ciò che luccica: nessuno a questo mondo ti regala niente per niente. Ed ecco alcune mie riflessioni.

Chi, come me, lavora nel mondo dell'informazione e del giornalismo, presto scopre che non può più usare questi strumenti solo per gli amici, ma che diventano soprattutto micidiali, anche se divertenti, strumenti di lavoro. Ore di lavoro in più, che i giornalisti non possono dedicare ai contenuti di mentelocale.it, ma che perdono per posizionare la testata sui vari social network, una postazione che ha bisogno di cure e invenzioni continue. Non vi dico la fatica che abbiamo fatto dopo aver raggiunto i 5000 amici (limite massimo per Facebook). Siamo stati costretti ad aprire una pagina Mi piace e avevamo intenzione di farci iscrivere, forse non tutti i 5000 amici, ma almeno chi ci aveva fatto richiesta d'amicizia e Facebook non ci permetteva di accettare. Dopo un po' abbiamo lasciato perdere: Facebook spuntava tutte le nostre armi – aveva cominciamo a definirci spam - il suo scopo era farci pagare un'inserzione.

Ma noi di mentelocale.it siamo un media, noi stessi viviamo di inserzioni pubblicitarie, non abbiamo finanziamenti di altro genere. Quindi non ha senso pagarne una noi per arricchire una piattaforma come Facebook, che ci costringe a lavorare gratis, per far guadagnare solo il signor Zuckerberg. Per arricchire una piattaforma multinazionale, che drena energia a chi già deve gestire un media autorevole locale. È lo stesso per tutte le testate online, da Repubblica al Corriere.

Facebook, e le altre piattaforme multinazionali, in apparenza sembrano aiutare i media indipendenti sul web, dando loro spazio e lettori, ma in realtà le ostacolano, costringendo giornalisti a lavorare per loro, sacrificando tempo alla testata originaria. E inoltre rappresentano un problema anche per gli inserzionisti locali, che magari trovano più facile fare pubblicità su Facebook piuttosto che sui siti di informazione locale. Basta avere una carta di credito e fare qualche click. Non devi telefonare né parlare con agenti commerciali. Portando meno ricchezza a chi vive di web nelle diverse parti del mondo, come Genova o Milano, dove operiamo noi. Leggete su mentelocale.it l'intervento di Gabriele Cazzulini, che racconta come i collaboratori free lance del web vengono pagati pochi centesimi al tweet.

Nonostante i social network siano un prezioso strumento, come tutte le invenzioni umane, hanno la loro ombra scura: per il momento non aiutano i giovani italiani, esperti di web, a vivere del loro mestiere, a meno che non si lavori direttamente per loro, facendo consulenza alle aziende e aiutandole a gestire i loro account sulle varie piattaforme. Si deve cercare di approcciare questo nuovo fenomeno con uno sguardo critico, e riuscire a usare Facebook, Twitter e le altre piattaforme, con più coscienza e conoscenza. Devono diventare più democratiche e dialoganti. Smetterla di imporre solo le regole che vanno bene a loro.

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