Magazine Giovedì 5 luglio 2001

Nel parcheggio non restano tracce

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Nel parcheggio non restano tracce. È rapida e furtiva come un animale del bosco perché, da quando vive sulla strada, ha imparato a mimetizzarsi, a non dare mai veramente nell’occhio.
È l’unica legge della strada. L’unico segreto.
Ma non si tramanda, si può solo imparare da soli per sopravvivere.

In realtà è giusto dire che abita nel Penny Market, perché il resto della sua giornata lo trascorre all’interno del supermercato.
Una casa vera, ormai, si è dimenticata come è fatta. E forse non riuscirebbe più a viverci. Il discount è uno spazio sterminato, una distesa di merci mal esposte, prive di ogni fascino, dove si perde quotidianamente uno spicchio di umanità.
Non molto lontano da Ortensia.
Non molto diverso.
Uno spicchio di umanità che conta le mille lire, per cui il rapporto con le merci e con il cibo è un problema quotidiano da affrontare.
Lei li vede quegli sguardi che, a differenza del suo, hanno ancora qualcosa da perdere. Molto poco, alcuni. Lei capisce quello che pensano e quello che provano quando devono rinunciare a qualcosa che costa poche lire, e lo rimettono nel cartone con un gesto stizzoso dopo averlo esaminato a lungo, oppure lo infilano in tasca, sperando di farla franca.
Osservarli l’aiuta a far passare la giornata che altrimenti sarebbe lentissima e interminabile.

Ortensia un tempo aveva un amore ma lui un giorno è partito.
E lentamente tutto è andato alla rovina, le è rimasto solo il discount e la borsa gonfia con quelle poche cose logore e slabbrate.

Al Penny Market aveva l’abitudine di andarci il sabato mattina insieme a lui.
Si faceva bella, infilava il vestito a fiori e pettinava i capelli all’indietro, come sapeva che gli piaceva. “È bello così, ti si vede il viso, ti posso accarezzare”.
Andavano lì perché lui faceva l’operaio in un cementificio e in quel periodo era in cassa integrazione. Quindi coi soldi bisognava fare attenzione ma non aveva alcuna importanza.
Riempire insieme a lui il carrello di quelle merci da poco che avrebbero reso liete le loro serate era una gioia. Era una gioia passeggiare fra gli scatoloni e pensare alle cene che gli avrebbe preparato per farlo stare bene. Riempivano le sportine, lui pagava contando minuziosamente anche gli spiccioli, la prendeva sottobraccio e andavano a bere un caffettino nel bar tabacchi prima di rientrare. A lui restavano tracce di caffè sul labbro superiore e Ortensia gliele puliva con un bacio.
In quei momenti Ortensia pensava che la felicità era una cosa semplice. E anche gli occhi degli altri, in quel periodo, non le sembravano così scavati, così pieni di tristezza.
Perché il problema è come le guardi le merci.
Che luce c’è nei tuoi occhi quando le tocchi, le annusi e controlli la data di scadenza.
Allora anche un pacco di gnocchi da 800 lire, una pizza da 1000 e un cartoccio di vino da 990 sembrano cose deliziose e succulente.
E la stessa cosa vale per le persone.
Dipende da come le guardi, dipende se hai ancora della musica nel cuore.

Lui è partito nel senso che è morto ma lei non è ancora riuscita a dirlo anche se sono passati tanti anni.

Non le viene proprio la parola: ”morto”. Se prova a dirlo, le lettere si accavallano, le restano in gola e si trasformano in un gemito strozzato. Se prova a dirlo le viene da piangere e barcolla.
Con lui la vita era una festa.
Rideva sempre e la trattava bene.
Come nessuno l’aveva mai trattata prima.
Non ha niente a che fare con lui la parola “morto”.
Almeno questo può farlo, Ortensia.
Rifiutarsi di pronunciarla e dire a tutti: ”è partito”.
Senza specificare per dove e fino a quando.


fine
di Francesca Mazzucato

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