Magazine Lunedì 19 dicembre 2011

Jack Kerouac e una vita On The Road

Magazine - È un bellissimo libro per scrittori che amano il viaggio. È uscito a ottobre presso la casa editrice Arthaud ed il suo autore – pazzo per i viaggi ed il mare – l’ha chiamato Ecrivains voyageurs, ces vagabonds qui disent le monde (Scrittori viaggianti, questi vagabondi che dicono il mondo).
Lui è Laurent Maréchaux, nato nel 1952, che ha cominciato a pubblicare libri di mare, libertà, donne e scrittori maledetti come Rimbaud e Conrad (I figli del Drago) per l’editore Le Dilettante. Ha amato talmente tanto Rimbaud da compiere gli stessi itinerari per l’Africa che il poeta maledetto dagli occhi di cielo era solito percorrere per traghettare i suoi schiavi. Occhi di cui non si sarebbe mai dimenticato. Un uomo che ha scelto di vivere in Italia, negli Usa e poi di aprire un’agenzia de presse a Parigi. Non possiede cellulare ed è assetato di libertà come i suoi beniamini: uno dei suoi libri migliori è Outlaws, Fuorilegge. Ha girato il mondo in lungo ed in largo per accorgersi come - soltanto nel viaggio in sè – possa trovare una casa a misura sua.

In questo libro – con in copertina un uomo a cavallo lambito dalla polvere delle praterie – ha diviso gli scrittori in due categorie: quelli che scrivevano per viaggiare, e quelli che viaggiavano soltanto per reperire un materiale buono su cui scrivere. Tra questi ultimi uno spazio amorevole l’ha dedicato a Jack Kerouac (considerato uno dei suoi maestri nello scrivere) ed alla San Francisco dove l’autore più cool della beat generation ha vissuto.

Kerouac si era fiondato a San Francisco – in una specie di imitazione à rebours – perché sui docks di questa città fatta a saliscendi Jack London aveva trascorso la sua adolescenza. Kerouac ci arriva nel 1947. Quando vede l’Oceano Pacifico dagli stessi docks esclama: «Sono arrivato alla fine; il continente, è finito; non mi resta altro che tornarmene sui miei passi».
Solo che il tarlo di quella città continuava a roderlo. Ci ritorna nel gennaio del 1952, si stabilisce presso Carolyn Cassady in Liberty Street per un certo tempo per poi pernottare sempre in alberghetti equivoci ed in misere camere d’affitto. Sarà proprio in una di quelle – al 29 di Russell Street – dove Kerouac metterà a punto On the road, la sua opera maggiore e più famosa, un’autobiografia romanzata e dannata come lui, in cui prenderà forma la sua celebre “prosa spontanea”, una scrittura che può anche fare a meno del lettore.

«Nella sua camera, nella febbricitante bianca luce artificiale, nella camera cosparsa di carta e libri, scrive alla sua scrivania, scrive a Peter e a Penn, e la pioggia picchietta sul vetro della finestra, la pioggia imperla il vetro della sua finestra e rotola via dolcemente come lacrime» (da La città e la metropoli).
San Francisco ha stregato Kerouac e lo ha imprigionato dentro uno spazio assai ristretto. La libreria City Lights, fondata nel 1953 da Lawrence Ferlinghetti, il Caffè Vesuvio, dove Jack si prendeva delle sbronze talmente potenti (una durò due giorni) da fargli dimenticare addirittura un appuntamento con Henry Miller a Big Sur dove il grande scrittore lo aspettava perché curioso di conoscere quel vagabondo e «clohard celeste».

D’altro canto è a San Francisco che la Beat Generation sarebbe nata ufficialmente: il 7 ottobre del 1955, alla Six Gallery, sarebbe sbocciata la loro prima manifestazione pubblica. Allen Ginsberg – l’autore di Juke Box all’idrogeno – avrebbe letto Howl (Urlo) pur essendo completamente ubriaco. Kerouac parlerà di quella notte straordinaria – dentro quella ex officina – come di una «notte di follia, che aveva segnato la rinascita poetica di San Francisco».
La sua passione per San Francisco sarebbe però venuta meno presto, alla fine dello stesso anno, quando avrebbe percepito il sapore di cenere anche di quella città meravigliosa ma troppo metropolitana per lui.

Per Kerouac uno dei nodi della sua letteratura sarà sempre questa eterna lotta tra la grande città ed un posto ritirato, illuminato bene, dove ritrovare una quiete interiore mai assaporata abbastanza. Un sentimento così ambivalente lo porterà prima a vagare per San Francisco di notte, e poi a detestarla: «Alla vista del Golden Gate nella notte, sento un brivido in me. Quel ponte ha qualcosa di sinistro, qualcosa che assomiglia ai dettagli dimenticati degli incubi evanescenti da Seconal (barbiturico). Ho percorso 3.000 miglia per rabbrividire di orrore». Ma la sua vita era così, come quella di una falena errabonda, destinata a bruciare per l’eternità. Il suo vero obiettivo sarebbe stato proprio quello, come scriverà in On the road: «Perché per me l'unica gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano, come favolosi fuochi artificiali color giallo che esplodono come ragni attraverso le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno Oooohhh».

di Alberto Pezzini

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