Magazine Martedì 29 novembre 2011

Bruno Morchio ricorda Giorgio Scerbanenco

Magazine - Si compie quest’anno il centesimo anniversario della nascita di Giorgio Scerbanenco. Questo autore è oggi considerato a buon diritto un classico e, come tutti i classici, leggendo i suoi romanzi non si fatica a riconoscere in lui un precursore. Tra il 1966 e il ‘69 scrive i primi quattro grandi romanzi noir italiani, che hanno per protagonista il medico-investigatore Duca Lamberti.
Lo fa con oltre 25 anni di anticipo sugli autori di un filone letterario che negli anni Ottanta e Novanta conoscerà un successo straordinario che dura tuttora, nell’Europa mediterranea e del nord e negli Stati Uniti.
Per molti versi il noir nasce da una costola del poliziesco anglosassone, inaugurato da E.A. Poe nel 1841 con I delitti della rue Morgue. La struttura narrativa di indagine viene conservata, ma qualcosa di sostanziale viene stravolto.

Il poliziesco è universalmente considerato un genere letterario. Lo stesso si può dire del noir?
La mia opinione è che con il noir, pur conservandosi la struttura di indagine, la gabbia del genere vada irrimediabilmente in pezzi.
Se pensiamo al grande romanzo dell’Otto e Novecento, possiamo affermare che motore della struttura narrativa è la ricerca della verità. Tale ricerca si declina, fondamentalmente, come esplorazione (e disvelamento) delle relazioni che legano gli uomini tra loro e ricerca dell’identità.
La domanda che gli scrittori pongono al lettore è: chi sono Eugenie Grandet, Ivan Karamazov, Emma Bovary, il Signor K, Leopold Bloom?
È noto che l’epilogo (tragico) di tutto ciò sarà una (tragica) capitolazione.
Con il Novecento matura la convinzione che non c’è nessuna verità da scoprire (Aspettando Godot di Samuel Beckett) o ce ne sono una, nessuna e centomila, tutte di eguale valore (Pirandello).

Il giallo anglosassone aveva mete meno ambiziose: quanto a ricerca dell’identità si limitava a chiedersi: chi è l’assassino? In quei romanzi, pur così seducenti, è andata perduta la dolorosa consapevolezza che animava il grande romanzo otto-novecentesco: la rottura del nesso tra Verità e Giustizia. In Poe, Conan Doyle e Agatha Christie non allignano dubbi sul fatto che ci sia una Verità, comprovabile e univoca, reperibile per via razionale, trovata la quale si affermerà di conseguenza la Giustizia. L’effetto sul pubblico è rassicurante e consolatorio.
Tale rottura torna a consumarsi nel noir, con un primo corollario imbarazzante: a quale scopo ricercare la Verità se ad essa non si accompagnerà la Giustizia? (Dostoevskij formula il quesito nei termini: se Dio non esiste, che cosa ci trattiene dall’uccidere?)
Eppure la ricerca della verità è il cardine formale, strutturale (prima ancora che contenutistico) su cui si impernia qualunque romanzo di indagine. Ma tale ricerca non si concentra sul come, quando e dove (caratteristiche del giallo anglosassone e delle trasmissioni tv stile Avetrana), ma sul perché si perpetra un crimine.

Il secondo, doloroso corollario del divorzio Verità/Giustizia è che non esistono più verità innocenti.
Manuel Vázquez Montalbán ci ricorda che nessuna azione sociale, compresa quella di indagine, può proclamarsi innocente.
Che si tratti di uno sbirro o di un detective privato, colui che avvia un’indagine deve sempre domandarsi: per chi sto lavorando? Quali interessi sto tutelando? Chi si avvantaggerà della verità che mi accingo a scoprire?
Quando il contratto è con lo Stato la faccenda è piuttosto complicata (come dimostrano le vicende del G8 di Genova). Quando committente è un privato, la natura dell’incarico è la prima cosa da analizzare.
Con quanta amarezza Duca Lamberti, e perfino il ruvido commissario Carrua, raccolgono la confessione della giovane americana, Susanna Paany, in Traditori di tutti, consapevoli fino in fondo che la giustizia dei tribunali non può coincidere con quella inscritta nella loro coscienza.
Ne Gli uccelli di Bangkok, Pepe Carvalho infila una mano fra le cosce di una giovane donna che sta per confessare un omicidio. Lo fa per impedirle di parlare. Ha già intuito la verità, ma non vuole che essa venga alla luce.
Scerbanenco, come più tardi Montalbán, sembrano dirci che la verità, lungi dall’essere catartica, dal riscattare il male, è sporca, e talvolta produce essa stessa male. E tuttavia senza ricerca della verità non vi sarebbe romanzo né scrittura. Occorre dunque cercare una motivazione superiore che giustifichi l’inesorabilità della ricerca di qualcosa in sé inutilizzabile o dannoso.
Se guardiamo al grande noir europeo e americano, incontriamo questa costellazione in una infinità di casi.

Duca Lamberti, a dispetto della propria inflessibilità, avverte con dolore l’inanità del procedimento d’indagine: la scoperta dei colpevoli non restituisce né pace né giustizia alle vittime. La verità è scolpita nel volto sfigurato di Livia Ussaro.
La denuncia della collusione tra mafia ed economia legale contenuta nei file dell’amica Babette porterà Fabio Montale e la stessa Babette alla morte. Solea di Izzo è uno straordinario esempio di strenua lotta destinata a infrangersi contro il muro impenetrabile del potere.
In American tabloid James Ellroy pone la perdita dell’innocenza quale premessa di un pezzo di storia del suo Paese.
I protagonisti di Soldados di González Ledesma vanno incontro al loro destino di distruzione con la lucidità di automi il cui programma sembra scritto dalle leggi della Storia.
Lo stesso può dirsi dei romanzi dello scrittore algerino Yasmina Khadra (Morituri, L’attentarice, Le rondini di Kabul).
Non diversa è la cifra dei migliori romanzi noir italiani contemporanei, da De Cataldo a Fois a Carlotto.

Dunque perché ostinarsi a cercare la verità?
Esiste una motivazione sovraordinata che spinge autori, lettori e personaggi a ricercare inesorabilmente una verità che - come la povertà ricordata da Dante nel Canto XI del Paradiso – è così brutta che nessuno vuole sposarla.
Tornando a Gli uccelli di Bangkok, risulta evidente che Pepe Carvalho è profondamente implicato nell’indagine che sta svolgendo. Il detective aveva incontrato la vittima in un supermercato e ne era rimasto affascinato. Anche l’esistenza squallida, priva di luce, della giovane assassina lo turba in profondità. Questo vale a maggior ragione per Duca Lamberti, legato da un profondo senso di colpa a Livia Ussaro, la donna-esca di Venere privata, e al giovane alcolista che all’inizio del romanzo è chiamato a guarire. L’omicidio, il crimine li toccano entrambi personalmente. Questo rende il rapporto con la verità contrastato e complesso. Motore dell’indagine è il dolore che nasce da una identificazione multipla, con la vittima e talvolta con l’assassino (si pensi, ancora, a I ragazzi del massacro di Scerbanenco). Non si tratta di una identificazione neutrale, ma carica di sofferenza. La letteratura noir ci ricorda che la verità è scomoda e portarla alla luce provoca sofferenza.

Nell’introduzione all’edizione Garzanti di Venere privata, Luca Doninelli osserva giustamente che nei romanzi di Scerbanenco c’è un riferimento quasi ossessivo al commercio del corpo femminile (anche in questo l’autore sembra avere precorso i tempi). Egli assume il mercimonio come crimine paradigmatico di una società dove tutto si misura con il metro del denaro: se si può commerciare in carne umana, si può comperare e vendere qualsiasi cosa. Non a caso Duca Lamberti è un medico (radiato dall’Ordine per avere praticato un’eutanasia): il medico si occupa dei corpi, il luogo dove si consuma la sofferenza umana. E da qui muove la indefettibile opera investigativa. I danni inferti sulla carne viva delle persone. Non c’è nessuna società da curare né alcun ordine da ripristinare

E proprio questa sofferenza, questa viva permeabilità al dolore - che talvolta diventa pietas umana - resta l’ultima ragione per attraversare i territori crimine.
I protagonisti del noir non indagano per instaurare una impossibile Giustizia, né per salvare il mondo e neppure per amore della conoscenza, come accadeva a Ulisse. L’archetipo rimane Edipo, la cui ricerca della luce porta all’accecamento. L’indagine non ha altro scopo che restituire dignità alla vittima (e talvolta anche all’assassino), ricostruendone la storia e l’identità. Restituendole sulla pagina quel senso che il destino gli ha rubato.
Scrive Scerbanenco in Venere privata: «Raccontare la vita di un uomo non è forse una preghiera?»

di Bruno Morchio

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