Concerti Magazine Mercoledì 27 giugno 2001

Manu Chao, quando torni?

Il mio concerto di Manu Chao è cominciato con un dubbio che è durato una mezz’ora buona. Come cazzo ci vado laggiù?
Escludendo passaggi in moto da amici centauri, prenotati da settimane, mi restano i mezzi pubblici e la macchina. Tergiverso. Intuisco che con la macchina sarà un casino. Ma poi decido di giocarmela.
Tutto bene fino a corso Perrone. Da lì, non un buco libero. Sono stati presi d’assalto persino i posteggi della disperazione, quelli di sbieco spostando i cassonetti della spazzatura.
Scornato, me ne torno a distanza di sicurezza. Finisce che posteggio dalla stazione di Sampierdarena. E me la faccio a piedi.

Fuori dall’area del GoaBoa regna la confusione. Fanno entrare a scaglioni, c’è un ingorgone pazzesco, roba che qualcuno ci lascia la pelle. E non si vedono le biglietterie.
Riesco a captare frasi spezzate: la biglietteria è dopo l’ingorgo.
Che genialata… cominciamo bene.

Sbrigata la questione del biglietto in dieci minuti per diretto intervento divino, mi catapulto nell’arena.
Non c’è che dire: hanno fatto le cose in grande. Intanto, a differenza degli anni scorsi, la zona è asfaltata, ed è una liberazione: quando 50mila persone si mettono a ballare sullo sterrato, vi lascio immaginare il polverone. Il palco è enorme.
Peccato che i cellulari siano in crisi totale. Devo “soltanto” trovare i miei amici in questa bolgia. Ma se Wind non ce la fa, la fortuna mi assiste: eccoli.

Si comincia, appare il menestrello.
In due minuti la folla è già in pieno mood, siamo tutti invexendati. A parte un tricheco che mi sta davanti. Lui e la sua polo inamidata: ma che ci fa qua?
[Durante il resto della serata ne scopro parecchi altri, di trichechi. Non hanno mosso un muscolo durante tutto il concerto. Mah!]
Al terzo pezzo realizzo che è tutto ska. Manu sta praticamente reinterpretando i suoi brani. Alcuni, anche i più celebri, sono quasi irriconoscibili.
Rispetto ai dischi la sezione ritmica è molto più potente, con i fiati che ci danno dentro. È un medley continuo di note, tiratissimo. Manu non si ferma un istante. Spezzetta i suoi cavalli di battaglia, ne usa i ritornelli come tormentoni che infila in ogni canzone e per legare un pezzo all’altro.
C’è anche un po’ di reggae. E tantissimi Mano Negra.

Dopo un’oretta buona, finalmente si ferma.
Sale sul palco l’annunciatissimo Don Gallo. Pugni chiusi. Il Don sa come riscaldare una platea, è un crescendo scoppiettante di frasi ad effetto. Al saluto finale (“hasta la victoria siempre”) la bolgia esplode.
E si ricomincia.
La platea si è infiammata dal punto di vista delle idee. E Manu coglie l’occasione per pigiare sull’acceleratore. La mia birra è giunta a destinazione e l’alcol si sta piacevolmente propagando nel sangue. In un secondo d’incoscienza decido di buttarmi a pogare anch’io, incurante del fatto che non ho più il fiato dei vent’anni e mettendo a repentaglio le macchine fotografiche della redazione.
Ma qui è troppo bello, e mi butto.

Alla fine, dopo due ore e spicci, anche Manu si ferma. Cinque minuti prima che il mio cuore esplodesse, grazie al cielo.
Il concerto è finito. Ci si saluta. Sul viso di tutti c’è fatica, sudore, ma una gioia sincera. Eravamo a migliaia e ci siamo divertiti. Fantastico!

L’appuntamento con gli amici è alla prima birreria utile. C’è un ingorgo pazzesco. Sono arrivato prima io a piedi a Sampierdarena di un amico che aveva posteggiato dall’Ikea.

Ma la birreria è chiusa.
Per certe cose Manu Chao non basta. Genova, quando cambierai?


PSSST!! In mezzo al casino, c'era anche Alessandra, leggi qui: Leggi l'articolo

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