Concerti Magazine Venerdì 14 ottobre 2011

Red Hot Chili Peppers: la recensione di I'm with you

Magazine - Ci scusiamo con voi per il ritardo con il quale questa recensione viene pubblicata rispetto all'uscita del disco: piccole indisposizioni del recensore hanno causato questo ritardo ma adesso, ad orecchie ben aperte e sensi all'erta, ascoltiamo questo disco e vi raccontiamo.

I'm with you, la cui uscita era stata grandemente (e abilmente) pubblicizzata sui media tramite anticipazioni, interviste alla band, rumors e la clamorosa sostituzione dello storico chitarrista John Frusciante con Josh Klinghoffer, è un disco che non delude le aspettative.
Composto di quattordici tracce, suona estremamente groovy, e tutti i componenti della band fanno il loro dovere dando il massimo. La sensazione che si ha è quella che i Peppers, negli ultimi anni di silenzio dalla pubblicazione di Stadium Arcadium, abbiano veramente mosso ingegno e talento alla ricerca di nuove idee: il sound è altamente riconoscibile ma, stranamente per un gruppo di tale longevità, non scade nel manierismo o nella copia di se stessi.

Ovviamente alcuni elementi d'identità restano, il timbro vocale di Anthony Kiedis e la cadenza quasi da filastrocca all'interno della canzone e le geniali architetture del basso di Flea sono pura marca Peppers ma iniziando ad ascoltare il cd, con The monarchy of roses si ha una vera esplosione d'adrenalina: una cadenza incalzante, un tappeto ritmico che opererà la magia di farvi muovere e danzare su quest'inno ricco d'allusioni alla sfrenatezza e al sesso; la monarchia delle rose in cui il simbolo è antico ed esplicito, come sulla copertina del primo successo planetario della band Blood Sugar Sex Magic - (andatevela a cercare, noi più di così non ci spingiamo!).

Factory of Faith, energico, funky e romantico, è una dichiarazione di redenzione del protagonista e, insieme, dichiarazione di matrimonio alla sua donna. Testo ricco di rime e assonanze, chitarra e basso fortemente protagonisti, questo è un altro brano che vi spingerà al movimento fisico e introdurrà in voi il concetto del tempo musicale, veloce; poi ottimo matching tra gli strumenti, compattezza e suono fortemente omogeneo.

Le emozioni cambiano con la terza traccia, Brendan's Death Song, una canzone d'addio per qualcuno che ha deciso d'attendere che Il Traghettatore lo trasportasse sull'altra riva. Qui i Peppers si fanno narratori e latori di quest'addio: il testo commuove, «è sicuro là fuori e ora tu sei ovunque, proprio come il cielo. E tu sei amore, sei amore supremo, sei segale. E quando ascolterai questo saprai che è il tuo concerto. Che è l'addio per te», come l'arpeggio di chitarra che accompagna l'inizio della canzone e poi esplode in furiose pennate a sottolineare il dolore, la rabbia; una chitarra che si fa pianto e dà un ottimo contrappunto alla voce mesta di Anthony. «Noi, la tua costa quando ci sentiamo persi, è ora. Kateri piangeva il giorno in cui il suo amore moriva .... Perché tu le hai dato una vita d'amore reale. Non è una sorpresa».

Saltiamo ad altra atmosfera con Look Around, altro brano dal ritmo acceso e coinvolgente, che riprende giri di basso disco e chitarre che ricordano vagamente il primo pop anni ’80 dei Duran Duran: può sembrare azzardato (e per qualcuno pure una bestemmia) ma il giro del ritornello ci fa tornare in mente lo stile chitarristico di Andy Taylor, soprattutto negli album Duran Duran del 1980 e Rio del 1982. Del resto negli ultimi anni c’è stato un (ciclico) ripescaggio delle sonorità 80’s e gli stessi Duran (che all’epoca venivano considerati più dei fotomodelli che dei musicisti) hanno avuto numerosi riconoscimenti soprattutto da nuove generazioni d’artisti che in quella musica sono cresciuti e che ne hanno riconosciuto la validità senza pregiudizi.

Di Rain dance Maggie abbiamo già detto nella recensione alla sua uscita: questo è stato infatti il singolo d’anticipazione del disco; ci va però di riconfermarne la bellezza delle armonie anche a diversi mesi di distanza, delle ipnotiche svisate chitarristiche di Klinghoffer e vocali di Anthony. Anche qui è presente un’influenza che proviene direttamente dagli anni ’80 ed è fondamentalmente un metro di riconoscimento di ciò che in fondo abbiamo già detto: la fusione del vecchio sound della band, più legato al funky, al nuovo genere che va a carpire tra diversi generi. Anche tra la musica latina, come si può benissimo ascoltare in Did I let you know, dove, su di un tempo sincopato, la chitarra sembra suonare un tango-bossa e la voce nel ritornello sembra cantare direttamente da una spiaggia di Bahia.

Bello anche il tema di Goodbye Hooray che sembra, invece, riportarci vagamente ad atmosfere anni ’70, con tutte le precauzioni del caso per un’affermazione del genere: durante l’assolo di basso ci sembra di ascoltare i controtempi della band propri delle sigle dei telefilm polizieschi di quel periodo. Il ritornello è altra storia ed è puro suono “da strada” venato di poetica di addio e malinconia. È questa l’atmosfera che, ascoltando la canzone, viene «visualizzata».
Happyness loves company è un brano dolce-amaro ingentilito dal suono del piano e il ritornello parla di solitudine e lacrime mentre la musica accompagna e allo stesso tempo cerca di tirare su. Il brano è originale all’interno della tracklist ed è piacevole all’ascolto mentre Police Station di nuovo racconta una storia e ci emoziona con il suo andare dentro la tristezza e cercare di trasformarla in una melodia che porta verso sentimenti al contempo alti ed umili.

Tutto sommato possiamo dire che la ricetta del nuovo sound si compone di questo, la sonorizzazione di stati d’animo esaltati o malinconici con un sound innovato stilisticamente e sul piano delle armonie.
Se questo disco riscontrerà un gran successo, oltre all’enorme zoccolo duro di fans che i RHCP vantano in tutto il mondo, una menzione deve andare anche al produttore artistico Rick Rubin (già in Blood Sugar Sex Magic e nel vendutissimo Californication) che pare abbia sempre in tasca la ricetta magica per ridare lustro e una nuova svolta alle band che hanno avuto la loro massima espansione negli anni ’90.

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