Magazine Sabato 23 giugno 2001

La Bigotte (2)

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Capii subito che quella città faceva per me, sentivo che mi accarezzava, mi pareva persino che respirasse. Mi piacciono i posti così, quelli con l’anima. Anche con un’anima slabbrata, basta che ci sia. Certi posti sono più adatti agli archeologi. Distese di rovine senza vita vera. Non era il caso di Marsiglia.
Per un po’ abbiamo abitato in una vecchia casa in centro, proprio dietro al Vieux Port, in rue Paradis. Mi piaceva molto. In un momento, quando la nostalgia diventava un morso soffocante alla gola, scendevo al porto a guardare le navi mosse leggermente dalle increspature delle onde e mi pareva quasi di essere ancora a Bastia. C’era quel mare a tenerci uniti per sempre. Io e la mia città.
Mi sono fatto degli amici, e pian piano mi sono abituato. Passeggiavamo sulla Canebiere, andavamo a mangiare da O’Stop, il ristorante aperto tutta la notte e facevamo progetti per il futuro. Grandiosi, esagerati. Non era poi male la Francia. Per il momento frequentavo un corso da meccanico e mio padre era contento. Lavorava sodo e risparmiava. Col tempo e con un po’ di sacrifici avremmo potuto comprarci una piccola casa a Bastia, lo diceva sempre a cena, quando gli occhi gli brillavano dopo aver visto la busta paga e magari bevuto un pastis con gli amici.
Forse avremmo potuto ricomprarci la nostra, quella che in realtà puzzava di muffa ma nei nostri ricordi era una reggia bellissima , dove risuonava ancora la voce della mamma e si udiva l’eco dei suoi passi leggeri.

Poi tutto è cambiato. Così in fretta.

Babette si è sposata all’improvviso con un uomo del “milieu del var”, una specie di malavitoso che le fa fare la vita da signora. Ha avuto un figlio e vive fuori città , in una villa incredibile, da ricchi borghesi francesi.
Mio padre non poteva crederci, l’unica volta che ci siamo stati, perché poi i rapporti sono diventati sempre meno frequenti e le telefonate vuote e fredde. Mio padre quando pensa a lei piange, voleva che restasse onesta, come lui. Invece usa soldi sporchi per comprare abiti firmati e fare la bella vita. Un giorno è arrivato a dire ”poteva morire lei invece della mamma, sarebbe stato meglio, molto meglio”.
Io me ne fregavo della moralità di mia sorella. In quel periodo mi vedevo con una ragazza, Marie, che avevo rimorchiato sulla Canebiere con gli amici, facendo il bullo. Lei aveva un sorriso pieno di tenerezza, il più bello che avessi mai visto, e da allora eravamo diventati inseparabili.
Lei abitava in un posto bellissimo, fuori città a Les Goudes, prima dei calanchi. Quando la riaccompagnavo costeggiavamo la Corniche, e poi su, procedendo per quartieri che sembravano villaggi fino a Callelonge, dove finisce la strada. In cima al mondo, nell’incanto.

Poi mio padre è stato messo in cassa integrazione. La Francia dove aveva investito tutte le sue speranze lo tradiva. E come. Disperdendo i progetti, riportandoci in bilico.
I soldi lentamente diminuirono, dovemmo cambiare casa e finire qui, in questo lurido ghetto di immigrati dove le bande di comoriani e di marocchini fanno sfracelli tutte le notti, e dove ogni giorno c’è una retata della polizia.
Quella che picchia coi manganelli, e che ce l’ha anche con noi. Dicono che i corsi puzzano come capre e sono solo stupidi montanari.
Con Marie è finita, suo padre le ha proibito di frequentarmi ancora.
E poi anch’io ero cambiato. Diverso, irritabile, violento, a volte.
Sento ancora il suo profumo qualche volta di notte.
E’ così forte che mi pare quasi di averla accanto a me, di accarezzare la sua pelle morbida prima di fare l’amore. Ma ci sono solo ombre.

Così adesso sono sei anni che abitiamo a La Bigotte. Mio padre è stato licenziato definitivamente, mia sorella non si è più vista né sentita. Lui è come invecchiato all’improvviso, e lavora in nero nel negozio di un pachistano. La Francia dei diritti, la Francia delle speranze è morta, schiacciata dall’ingiustizia della povertà. Schiacciata dalle manganellate della sua polizia.
L’unica cosa che mi conforta è la vista. Qui dall’alto si vede tutta la città. Basta affacciarsi sul davanzale e il mare è tutto per me, gratis. Lo stesso abbraccio che sentivo a Bastia. Lo guardo per ore, e mi rasserena.
Ogni tanto mi dico che cercherò un lavoro stabile, che mi occuperò del babbo, che mi adatterò.
Cerco di convincermi.
Ma di notte il sogno è sempre lo stesso. Tengo per mano Marie e ci imbarchiamo sul traghetto. Lei è bellissima e la sua mano bianca e morbida sfiora la mia provocandomi come una scossa. Guardiamo, tenendoci stretti, la città che sbiadisce dietro di noi.
La porto a Bastia, nel posto più vicino al ritmo della mia anima.


fine
di Francesca Mazzucato

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