Magazine Martedì 9 agosto 2011

«Siamo amanti e cinquantenni ma lui è tornato dalla madre»

Se vuoi contattare il Dottor Marco Ventura scrivi una email a lettinovirtuale@mentelocale.it

Egregio Dottore,
ho cinquant'anni e due anni fa ha avuto termine la mia storia d'amore durata sette anni.
Lui dirigente dello stato, io la sua segretaria: 41 anni io e 46 anni lui. Ci innamoriamo pazzamente, parliamo ai rispettivi coniugi della situazione e da loro qualche tempo dopo ci separiamo legalmente. Mentre, però, io tiravo avanti la baracca da sola con i miei due figli adolescenti, lui decideva di tornare a vivere con sua madre, anziana e vedova.

Io capo famiglia, lui regredito al livello di adolescente. Comincia in me un disamoramento, una disillusione, una presa di coscienza che mi porta, nell'estate di due anni fa, a rifiutarmi di andare in vacanza con lui e a chiedere la famosa pausa di riflessione.
Dopo l'estate avremmo, dicevo io, fatto il punto della situazione. La trascorro al mare con i miei due figli, mia madre, i miei due cani e sento che non mi manca nulla. Poi torno a Roma e lo cerco per parlare.

Lo trovo invecchiato, imbruttito, sofferente. Mi riceve nella sua stanza d'ufficio e mi parla con le braccia incrociate che non rilasserà nemmeno su mia richiesta.
Mi dice (tra una telefonata e un'altra, un collega e un altro che entra nella stanza) che lui con me ha chiuso
, che una mattina ha deciso di andare a rasarsi a capelli a zero e ricominciare una nuova vita, senza di me. Mi dice che è stato molto male, che ha pianto notti intere ma che ora ha capito che io non lo amo più da molto tempo e che lui vuole (richiesta legittima) una donna che lo ami.

Da questo momento in poi, io non ho capito più nulla, soprattutto non ho capito il mio comportamento ne le mie sensazioni. Mi aiuti perché ne ho veramente bisogno. Perché, Santo Dio, io che non amo più quest'uomo da molto tempo e chiedo un'interruzione della relazione e in vacanza me la spasso alla grande, quando torno lo rivoglio con tutta me stessa?
Gli dico di riprovare, di dare un'altra possibilità a me e alla nostra storia, ma lui chiude definitivamente, senza nemmeno più salutarmi (lavoriamo nello stesso ufficio).

Io ho cambiato sede di lavoro e mi sono integrata con la nuova realtà socio-lavorativa, ma soffro ancora molto. Ho cercato di dare un'interpretazione alla mia sofferenza e mi dico che forse è per il mio orgoglio di donna, per la mia vanità ferita.
Ma possibile che io a cinquant'anni (ancora belloccia, per la verità) non abbia raggiunto un livello di autostima tale che mi permetta di uscire da questa crisi?
Grazie, dottore, per quanto potrà dirmi in proposito.



Buongiorno cinquantenne perplessa.
Ho letto la sua storia e immagino che sia il riassunto di quelli che, secondo lei, sono i fatti salienti della sua relazione. Ovviamente riassumere in poche righe una storia che si è svolta in un arco temporale di anni non è facile e chissà quanti altri particolari ci saranno e quanti altri aspetti da lei non citati o non ricordati o non ritenuti significativi che ci potrebbero aiutare a capire, davvero, cosa sta succedendo.

Ma parlare di quello che ricordiamo o che vogliamo ricordare, della nostra vita e di quello che non ricordiamo o non vogliamo ricordare, ci porterebbe troppo lontano. Tornando al suo racconto, lei descrive la sua relazione sottolineando l'alternarsi di momenti di attrazione ad altri di distacco. Sia suoi che del suo compagno.
Alternanze che, alla fine, non coincidono. Ed è questa mancata sincronia che lei non riesce a capire e in cui è rimasta intrappolata. Poi, inaspettatamente, termina con una riflessione sui livelli della sua autostima che, secondo lei, latita.

Ora, se mi permette di cominciare dalla fine e con una piccola provocazione, direi che il problema non sta certo nella sua poca autostima ma, se mai, nella sua enorme autostima.
Sorpresa? Non è forse la sua grande opinione di sè (dei suoi pensieri, delle sue sensazioni, e dei suoi punti di vista) che la porta a ritenere che debbano essere gli altri a conformarsi alle sue richieste? E non è per questo che ci rimane male quando si accorge che gli altri hanno linee di comportamento diverse dalle sue.

Ma, come dicevo, questa è solo una provocazione e serve solo a proporle di vedere la sua situazione da un nuovo punto di vista. Tra l'altro la sua storia mi permette di introdurre uno dei punti focale della nostra esistenza: sappiamo veramente cosa vogliamo tanto da esserne contenti quando lo abbiamo?
Sembra uno scioglilingua ma racchiude un aspetto dell'animo umano che ci tormenta da tempo.
Cercherò di spiegarlo con una metafora: è come se dentro di noi ci fossero tanti piccoli io che hanno idee ed esigenze diverse e che faticano a mettersi d'accordo tra di loro. Così che quando l'io che adora mangiarsi un bignè al cioccolato ne ottiene un cabaret ne è felice ma, contemporaneamente scontenta, l'io che, invece, vorrebbe mettersi a dieta.

E viceversa come noterà con questo sistema si ottengono momenti (brevi) di gioia alternati a momenti (più lunghi) di sconforto. E se già è complicato mettersi d'accordo dentro di noi si immagini quanto può esserlo quando i nostri tanti io si trovano a doversi confrontare e magari a mettersi d'accordo, con delle altre persone che, a loro volta, chissà quali accordi sono riusciti a trovare con i loro tanti io dentro sè stessi.

Quindi torno a suggerirle di blandire la sua autostima e di accettare che nell'eterna lotta tra noi e le regole del mondo forse dovremmo stare dalla parte del mondo (citazione non mia). Ovvero che siamo noi a doverci adattare alle regole che ci governano (e governano le relazioni) e non viceversa.
Ma torniamo a lei, che si definisce una cinquantenne belloccia (?) e da quello che scrive è anche una donna che lavora, in grado di prendere decisioni, assumersi responsabilità e seguire i propri figli.

Devo dire che è davvero una bella presentazione e se, a questo punto lei si pone la domanda: ma allora se sono così adorabile come mai chi dico io non mi adora?
Io non posso fare altro che ricordarle come l'unica risposta sensata sia di fare affiorare alle labbra un malizioso sorrisetto.

Alla fine non è detto che il mondo debba sempre capire tutto (sarà perché ha un nome maschile?).
Saluti, Ventura

* Psicologo e psicoterapeuta. Chi vuole consultare Marco Ventura direttamente può chiamare il numero 010 562769 o recarsi presso il suo Studio di via Macaggi 25/11, Genova.
di Marco Ventura*

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