Magazine Sabato 16 giugno 2001

La figlia di Nelson Meledandri

Magazine - Lei scende verso le sette, per far arrivare prima l'ora di cena e per concludere più rapidamente la giornata. Sbircia dentro le case dalle finestre illuminate. Vive per un po' le vite degli altri. Si sentono i ritornelli del telequiz e le voci dello stesso presentatore, da tutti i balconi.
Ogni tanto va a pranzo dalla madre.
Non parlano molto. Si guardano.
Qualche volta la madre sospira, si asciuga una lacrima, borbotta, e dire che ero considerata fisicamente ben messa e tutti dicevano che avevo un che di misterioso. Poi ho sposato l'americano e mi sono rovinata. Adesso nessuno mi telefona e nessuno viene a trovarmi. Cioè solo tu, e neanche spesso.
Poi finisce il gelato guardando nel vuoto.
La figlia non vuole che dica così di Nelson, che lo chiami l'americano facendo trapelare tutto quel disprezzo. Ma la sua è solo una voce, una voce molle e senza timbro, come quella delle vicine. Che si raccontano le cose, che urlano e spettegolano fra telenovelas e fotoromanzi. Anche quelli vecchi usati in bianco e nero con Franco Gasparri, il bello. C'è un traffico di riviste arrotolate sul pianerottolo del terzo e quarto piano. Li lasciano sullo stuoino, un po' nascosti da copie di Chi e di Gente. O se li passano sul filo per stendere. Da un davanzale all'altro.

C'era una luce quasi cremosa in sua compagnia, tutto era morbido e soffice quando lo tenevi per mano, nessuna minaccia.

Ha comperato un'altra palla di vetro con un clown che suona la tromba. La guarda. La rovescia per vedere scendere la neve.
È Natale, spera anche tuuuu… è Natale, non soffrire piùùùù.
La cantavano in oratorio dove la madre teneva tanto che andasse. Anche col freddo, con un ridicolo cappello rosso che le aveva cucito. Le piaceva vederla naif, aveva un'immagine folcloristica della figlia. Un bizzarro oggetto da riempire di peluche, lana e trine, ma mai spiegarle niente, non sta bene. L'oratorio quello sì che va bene, salutami la figlia della signora Pace, vai, non fare tardi.
Il Signore mi ama ogni giorno, per affidarmi un compito di gioia, egli ha fiducia in me, ma nel mio cuore posso dire sì o nooooooo!!!
Canzoni dall'odore di neve, la voce roca del prete e il coro stonato. Tutto lontano e finto.
Rovescia ancora la palla di vetro col clown, gli fa fare una piroetta, hop!
Fra un uomo e l'altro, fra una sigaretta e l'altra.
C'è voluto un po' per abituarsi al fatto che il bambino-pianta carnivora non sarebbe mai nato, ma neanche tanto. Avrebbe potuto chiamarlo Nelson. Nelson junior, little Nelson. Forse avrebbe avuto l'odore di suo padre, quell'odore di detergente da lavanderia. Gli avrebbe cantato delle ninna nanne inglesi:
Now go to sleep, now go to sleep…
E gli avrebbe parlato dell'America.
Un giorno andremo a trovare il nonno, e vedrai, ti piacerà New York. Ci sono grandi grattacieli e gente che viene da ogni parte del mondo.
Adesso canta da sola now go to sleep, seduta sulla poltrona nera. Continuamente. Qualche volta culla una bambola di pezza senza un occhio. Un fantoccio informe con tagli ricuciti sul vestito che paiono lunghe cicatrici.
Nessuno sulle panchine dell'edilizia popolare concepite per socializzare. Vuote e sporche come un monumento abbandonato. Le guarda dalla finestra. Aria acquosa e silenzio. Luce granulosa che sparge pulviscoli. Sembrano porpora, piccoli schizzi dorati.

Corri dietro alle lucciole bimba impaurita, una due e tre, ti brillano davanti nella notte e rivivi quel sogno che hai cercato a lungo di dimenticare, quando lui entrò un po' ubriaco nella tua stanza, si sedette sul letto e ti baciò non come al solito ma con baci profondi e umidi e con carezze strane, ma sì, quel sogno giusto giusto un mese prima della storia del bambino, quando ti risvegliasti confusa e indolenzita con addosso il suo odore di detergente e il fiato pesante di vino rosso e anche quella colonia che di solito rubava dal barbiere, quella colonia al sandalo leggermente nauseante

Qualche volta le scende una lacrima mentre prepara il caffè ma sa che passerà.
Come i pomeriggi che a pensarci al mattino sembrano interminabili. Qualche volta pensa che vorrebbe lasciare l'appartamento 4 scala A ma poi si affaccia alla finestra, guarda il cortile e non pensa più a niente.
Il tempo cancella tutto, direbbe sua madre, semplicemente.


fine

di Francesca Mazzucato

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