Magazine Sabato 16 giugno 2001

La figlia di Nelson Meledandri

Magazine - Lei è seduta accanto a lui sul letto, il corpo seminudo, stanco e abbandonato. Indecente.
Sul lenzuolo ci sono alcune macchie scure e una scucitura rammendata male. L'uomo fuma una sigaretta e guarda l'orologio. Ha tenuto i calzini che sono bianchi e corti. Dalle persiane filtra la luce che inventa effigi sul muro, banale come il sesso pomeridiano sul lenzuolo appiccicoso e macchiato, una colla. Filtrano anche odori di minestre speziate, di sughi per povere tavole imbandite alla meglio.
Si alza e prepara un caffè con movimenti rallentati, svita la caffettiera e sta attenta a non pigiare troppo i cucchiaini. Tira fuori due tazze a fiori, col manico sbrecciato.

Esce, forse esce da solo il bambino aggrappato per caso e per sbaglio, la pancia rumoreggia e si prepara a un travaso così a lungo sognato.
Ritrovare il sangue come a tredici anni, la prima volta.
Avevi giocato a pallavolo, piccola sciagurata, te lo ricordi? Eri brava, molto brava, quante occasioni sprecate... una vita buttata nel cestino aspettando l'americano, un suo cenno, anche una cartolina o una foto della fottuta sorella Norma junior. Con una dedica della tettona. Tanti baci.
Ti saresti accontentata di poco, frattaglie di famiglia, una finzione.
Ancora sigarette e la voglia, davanti allo specchio, di graffiarsi il viso come punizione.
Non ti proteggerà mai più Nelson. Hai nostalgia di quell'abbraccio forte e di quei baci sulla fronte prima di dormire quando ti raccontava che aveva perso a carte with a fucking bastard e tu ridevi. Che quelle parole proprio non le capivi ma avevano un suono delicato, che ti piaceva come certe caramelle gommose di cui non riesci a indovinare il gusto. Ma ne mangi una dopo l'altra perché sono morbide e riscaldano il cuore. Così le parole in inglese di Nelson.
Lo stesso brivido ogni volta che le senti per caso, e allora ripeti per ore la stessa filastrocca che ti canticchiava lui, married with a murmaid at the bottom of the deep blue see, married with a murmaid…


Rovinata. Senso di colpa e pena.
Non per lei, lei è perduta da anni ormai, ma per il bambino-erbaccia attecchito nel ventre senza chiedere il permesso, un grumo di sangue fra liquidi e viscere, fra feci e urina, un grumo di sangue nato da uno schizzo di sperma.
L'uomo beve il caffè poi si riveste di schiena, mostrando le gambe flaccide e piene di brufoli. Lei aspetta che la porta sbatta e che tutto ritorni uguale.
Troppe sigarette, la voce impastata, il respiro che diventa affannoso e nuvole puzzolenti ovunque nella stanza. Ne accende un'altra e le appaiono davanti, sulla parete bianca e spoglia dall'intonaco scrostato, il sangue, la minestrina e le lenzuola candide dell'ospedale di Pavullo nel Frignano, il paese col nome di una filastrocca di bambini. Dalle finestre entrava una luce rigata, proprio come a casa sua.
Aborti in anestesia locale, IVG come diceva la scritta sopra al reparto. Retina verde e clistere, un po' di valium.
Scassinata, squartata, come un animale da macello. Non pensare, non sentire.
Empty.
Depilata, esposta, violata. Tanto una volta in più non fa nessuna differenza.
I medici vestiti di verde sono tutti attorno e preparano la cannula per aspirare. Ne vede solo le fronti con le mascherine.
Proprio in quell'attimo si ricorda un'altra delle frasi usuali della madre, la fronte larga vuol dire intelligenza e a malincuore pensa che nessuno, ma proprio nessuno, neanche l'anestesista, c'e l'ha larga abbastanza come piace a sua madre. Non dei buoni partiti, mi direbbe, e scoppia a ridere nonostante il lettino, il ventre un po' rialzato e il pube depilato mentre il bambino pianta-carnivora scivola fuori, ride pensando alla madre con lo sguardo corrucciato che sentenzia.
Ride mentre sente svuotarsi il suo corpo con un gorgoglio sordo e sente il sangue che ritorna e percepisce nettamente l'odore di disinfettante, quello che le da la nausea.
Poi vomita. Tutto, ma proprio tutto quello che le è rimasto dentro. Che non è molto.


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di Francesca Mazzucato

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