Concerti Magazine Mercoledì 13 giugno 2001

Intervista a Gino Paoli 2

Gino Paoli e la sua gatta
© mentelocale.it

Magazine - Leggi la prima parte dell'intervista a Gino Paoli.

Gino Paoli: «Segni di rinnovamento che mi sarei aspettato di vedere già dopo le Colombiane, un po’ come a Lisbona, rinata dopo l’Expo.
Ma ci sono due problemi da superare: primo la sindrome del mugugno, il “se pueiva fa megiu”. Ma le cose vanno prima di tutto fatte! E, secondo, la mentalità genovese, il cui criterio è sempre stato “perché lui sì e io no?”. Questi due difetti si ripercuotono sul miglioramento, che non ha vita facile. Vediamo se l’aria nuova continua a tirare, le premesse ci sono».

Quando dice “aria nuova” ha in mente qualcuno in particolare?
«Non vorrei citare sempre Arnaldo Bagnasco… Ma è un buon esempio; ha una visione più ampia, un’ottica non provinciale, direi mondiale. Mi ha colpito la mostra El siglo de los Genoveses, che al di là del pregio estetico lanciava un chiaro messaggio: “siete stati grandi e potreste tornarlo”».

Parlando di musica, lei è uno dei grandi della canzone, facendo il punto della situazione come se la passa la canzone italiana oggi?
«Negli anni Sessanta, io, De André, Tenco, Lauzi, tutti quelli della cosiddetta scuola genovese, eravamo solo una compagnia di amici.
Nessuno di noi era un professionista, ma forse proprio per questo cambiammo il modo di fare canzoni: capimmo di poter usare la canzone come forma efficace di espressione.
Era una forma d’arte nuova: dopo cinquant’anni di letargo abbiamo aperto una strada, e per un po' la canzone è diventata un mezzo nuovo, con cui porre le nostre domande, domande non sempre "piacevoli".
Poi è arrivato, anche qui, il business.
Oggi si scrive per soddisfare i gusti del pubblico. Il mondo della musica è diventato business come quello del calcio o del ciclismo. Pensa a Lucio Dalla, lui ha fatto cinque dischi prima di avere successo. Oggi o vai in classifica con il primo, o sparisci per sempre. E le case discografiche producono quasi solo fenomeni imitativi, la musica di oggi è una imitazione continua. Aggiungi l’autocelebrazione dei maggiori cantautori e il quadro è completo… Resta ben poco.
È che in questo meccanismo, essere artisti è quasi impossibile. L’artista è un ribelle, secondo me. Si deve ribellare al sistema, deve sentirsi libero dai condizionamenti.
È come un gatto, un animale capace -all’interno delle regole- di vivere libero, mentre gli altri si addomesticano. Per l’artista vero il fatto di piacere è un incidente, non può essere uno scopo. Oggi la prima domanda che mi fanno è “come si fa ad avere successo?” Così se prima l’artista, il ribelle veniva isolato, adesso viene confezionato e venduto...
La differenza fra ieri e oggi, nel mondo dello spettacolo, è che allora un disegnatore poteva fare la caricatura di un artista, oggi un personaggio è già caricatura di se stesso».

E non c’è una canzone o un artista che l’ha stupita, di recente?
«Devo dire che il livello medio è molto più alto di prima, ma ho delle difficoltà a ricordare qualcosa che mi abbia stupito. Spesso vedo delle potenzialità. Spesso mi viene da dire “questo prima o poi scriverà qualcosa di straordinario”, oppure “vedrai questo qui dove arriva” e poi me lo ritrovo prodotto.
L’ultima ad avermi colpito per la sua bravura è Elisa, l’ho vista in televisione quattro anni fa e mi è subito piaciuta, per il talento, quello lo vedi subito. Mi piace anche per come la pensa. Adesso, dopo Sanremo, è anche lei dappertutto, manca solo di trovarsela dal tabacchino. Ma spero che regga, che non si faccia abbindolare e continui a crescere. Penso che ce la farà perché è nata bisiacca, friulana, è una testa dura, come me».

Anche se ricorda sempre di essere nato a Monfalcone, lei, diversamente da quasi tutti quelli della sua “compagnia”, da questa città non se ne è mai andato. Come mai?
«Già. Come mai? Perché anche quando non avevo una lira ho sempre avuto bisogno di una finestra. E la finestra non può avere tende, perché io devo poter guardare il mare.
E poi perché la amo, Genova, e la odio. Sono convinto che non sia possibile amare veramente senza odiare anche un po’… Così di Genova odio il mugugno, ma amo la sua gelosia per le cose belle che sa creare.
Ti faccio un esempio: se a Milano cerchi un liutaio, puoi contare sul fatto che il liutaio abbia una insegna, per far capire chiaramente che lì c’è un negozio di liuteria. Da noi no. Da noi devi chiamare un tuo amico chitarrista, che ti prende, ti porta per i meandri di questa città “semi intestinale”, fino ad un , introvabile. E' così per tutto.
Genova è il contrario di Roma.
Roma è come donna con tutte le sue belle cose in mostra.
Genova è come una donna araba dietro ad un velo, la devi scoprire, non è facile».

Genova è tre cose: gli ulivi, i gatti e il mare. I gatti, secondo me, sono nati qui.

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