Magazine Lunedì 11 giugno 2001

La figlia di Nelson Meledandri

Magazine - Appartamento 4 scala A.
Regalo del babbo prima di tornare in America, per sentirsi un po' meglio, per sapere, almeno una volta, di fare la cosa giusta. Il quartiere non importa, il mattone è una sicurezza, un investimento senza rischi. Imparato subito le abitudini italiane. Acquistato con sacrificio, facendo tre o quattro lavori ma la fatica fisica non l'aveva mai spaventato Nelson Meledandri.
Forte come un toro che quando l'abbracciava le faceva scricchiolare le ossa. Nato a New York da genitori palermitani con una piccola lavanderia.
Un buco self service con tre lavatrici, due cesti, l'asciugatore e il distributore di sapone. Quando potevano chiedevano di metterci due monete invece che una, per guadagnarci quei due cents in più. Finiva che tutti lavavano con un sacco di detersivo e c'era un odore un po' da ospedale. I capelli di Nelson odoravano di quel sapone, anche se usava tanto dopobarba per cercare di cancellarlo, per sentirsi sofisticato, come diceva sempre.

Quell'odore corrispondeva all'odore dei tuoi sentimenti più intimi, la sensazione del suo corpo misterioso di adulto, per di più tuo padre, inoltre americano, carezze che erano come un rullar di tamburi, il circo e la banda cittadina mano nella mano nel tramonto dolce di rossi sfumati e toni di malva come in un quadro…

Nelson Meledandri era fiero di quel nome storico e altisonante che non aveva nessuno.
Un nome è un destino e anche una caratteristica speciale, come il naso a punta oppure tondo, come l'accento, come la religione o la fede politica.
A dire il vero a me la politica non ha mai interessato molto, però sono americano. Una democrazia vera, tutti hanno le stesse opportunità. Certo io forse mitizzo, in realtà non capisco un cazzo di queste cose, sono quello che sono, non farci caso darling, e poi sorrisi e litri di birra bevuti dalla bottiglia sbrodolandosi il mento. E ancora darling, sorrisi, racconti della sua gioventù e qualche rutto.
Tornato a New York con una giovane seconda cugina dalle tette grosse strizzate in incredibili bustini. Bionda e burrosa, Norma come Norma Jean cioè Marilyn e molto fiera di questo.
La passione di Nelson per la figlia comunque sconfinata.
Lettere sgrammaticate e affettuose per mesi, I love you I miss you. Poi altra figlia e più niente. Figlia bionda dalla seconda cugina bionda con le tettone. Norma Junior figlia di Norma, brutta copia di Marlyn, figlia di fruttivendoli di Gela diventati ricchi a Nuova York, come dicevano loro, anzi Nuova Yorka.
Ricominciare altrove, azzerare il passato. Tronca ogni legame con l'Italia tanto alla figlia ha lasciato l'appartamento, che non è poco, come dice un po' acida la seconda cugina tettona alla fila di parenti che le rendono visita nel piccolo appartamento mentre allatta o mostra i regali di nozze sontuosi di alcuni amici importanti, non faccio nomi.
Un paradiso di certezze, la tettona. Un uomo con un certo potere Nelson, e gli piace metterlo alla prova con gli altri, per turbarli. Sa che gli riesce bene, fatica a sentirsi colpevole.

Appartamento 4 scala A, dicevamo.
La vicina lava le scale e si sente un acre odore di disinfettante.
La vicina ha le gambe gonfie e parla da sola stringendo le labbra sottili sottili. Una nenia, quasi una litania gradino dopo gradino. La vicina ama lavare le scale perché così può spiare le vite degli altri. Osservare stringendo gli occhi le donne che tornano cariche dei pacchi della spesa, gli uomini che escono frettolosi al mattino. Raccoglie e guarda quello che cade dalle tasche o viene gettato con noncuranza, gli incarti dei pacchetti di sigarette, il tubo di caramelle al cioccolato, i biglietti dell'autobus usati. Raccoglie e cataloga tutto. Intreccia storie attorno a quei reperti.
Il tempo è nudo, soprattutto di pomeriggio quando il cielo sembra un fondale teatrale di cartone e le nuvole fanno da cappello ai passanti.
L'appartamento è piccolo ma ha una terrazza. Per quella l'aveva preso Nelson, per la terrazza pavimentata di piastrelle rosse, e ci aveva costruito uno sgabuzzino abusivo rubando i mattoni nei cantieri.
Tieni tesoro, do you like it? Hai visto che artista sono, ti ho stupito, lo so e a costo zero. Così d'estate ci beviamo una menta insieme e lasciamo scendere la sera. Solo promesse, vane e inutili.
I mobili sembrano quelli di certe sagrestie di periferia, quelle dove vivono grassi preti molli e pretenziosi: alcuni libri con i sunti dei classici di Selezione, una palla di vetro con la torre Eiffel che a rovesciarla si riempie di neve e un tavolo di formica rossa con un portacenere rubato in un ristorante e colmo di cicche.

Sigarette, tante sigarette da ingiallire i denti, da togliere il respiro, ma lo sai cosa c'è dentro la tua pancia, lo sai? E Nelson, dov'è andato Nelson con quella ridicola americana?


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di Francesca Mazzucato

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