Weekend Magazine Museoteatro della Commenda di Prè Sabato 9 giugno 2001

La Commenda di Prè

© ho visto nina volare - Flickr.com

Magazine - Stritolata fra via Gramsci da un lato e la stazione dall’altro, isolata da quella terra di nessuno che è per molti genovesi via Prè, la Commenda ha visto allontanarsi di parecchio quel mare che un tempo le stava davanti a pochi metri.
Ma soprattutto ha visto scomparire quel flusso ininterrotto di pellegrini e viandanti - oggi diremmo “turisti” - che ne suggerì la costruzione più di 800 anni fa.
Il complesso di San Giovanni di Prè fu infatti fabbricato dai Cavalieri di Malta sulla fine del 1200 per assolvere alla duplice funzione di “stazione marittima” sulle rotte della Terrasanta (da Genova salpò in quegli anni la terza crociata al comando del re di Francia) e di ospedale.

Non sono molti gli ospedali medievali giuntici intatti nel Mediterraneo e la Commenda è uno di questi, una delle tante ricchezze semisconosciute della città.
Il complesso è conservato pressoché integro, recuperato nel suo splendido aspetto romanico da una decennale campagna di restauri da poco conclusasi.
Oltre alla risistemazione delle sale, il restauro ha permesso di recuperare integralmente la splendida chiesa inferiore. San Giovanni di Prè, infatti, è formata da due chiese sovrapposte. E solo quella superiore è aperta al pubblico per il culto.
La chiesa sottostante ha l’aspetto di una cripta, divisa in navate da due serie di colonnine marmoree: conserva brani di affreschi greci e siriani ed è un ambiente affascinante, severo e aggraziato allo stesso tempo.
Sfortunatamente dipende dal parroco e non la si può visitare.

Ma è tutto il complesso a essere raramente aperto e quindi difficilmente visitabile. Un’occasione per rimediare ci è offerta in questi giorni da La Commenda dell'Ordine di Malta - Arte e restauro di un ospedale genovese del Medio Evo, una mostra aperta fino al 29 luglio che consente di fare un viaggio nel tempo e scoprire come funzionava un ostello/ospedale gestito dai cavalieri dell’Ordine di Malta.

Il viandante o il malato, appena varcata la soglia, veniva confessato e lavato. Dopo di che – una volta divisi gli uomini dalle donne – venivano assegnati i letti, comuni: solo i malati avevano diritto al letto singolo. Chi si rifiutava di dormire con degli sconosciuti veniva cacciato.
Il salone del primo piano conserva le nicchie nelle pareti dove gli ospiti tenevano i loro oggetti personali: alcune di queste hanno ancora dei fori che servivano come lavandini.
Il complesso ospitava fra gli 80 e i 100 posti letto e in caso di necessità si potevano sfruttare gli ambienti delle due chiese.
Poi venivano consegnate una coperta e un lenzuolo, e persino l’abbigliamento per uscire.
Gli ospiti erano “caldamente invitati” a fare testamento, dove una clausola prevedeva un lascito all’istituzione ospedaliera per finanziare messe e preghiere in suffragio…
In cambio il vitto era buono: due pasti al giorno, carne tre volte alla settimana e persino posate d’argento (per questioni d’igiene).

Se vi siete fatti un’immagine positiva di un ospedale medievale, con tanto di allegre musichette occitane di sottofondo, allora non entrate nella stanza vicina, dove è stata ricostruita la farmacia.
Fra i vasetti dei medicinali spicca quello riservato alla “teriaca”, un unguento per curare gli appestati comprendente anche carne di vipera seccata. Ma peggio ancora è la visione di alcuni siringoni in peltro e di un alfonsino, uno strumento dall’aspetto poco rassicurante, simile ad una fionda, che serviva ad estrarre le punte di freccia.
Dulcis in fundo, una sega per amputazione.

Forse è meglio che adesso la Commenda la usino per le mostre…

Oggi al cinema

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