Magazine Mercoledì 6 aprile 2011

'Le madri cattive'. Il libro di Nicoletta Vallorani

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Magazine - Non è un libro facile, Le Madri Cattive (Salani, 2011, pagg. 253, 14 Eu). È ruvido e salato, come l'acqua di mare, quell'acqua che pare popolare ogni pagina.

Giovanna
e Ariel, le due protagoniste, sono "strane", vivono sole, fanne un mestiere oscuro - l'una è fotografa di cronaca, l'altra è psichiatra - e le loro esistenze paiono incompatibili con il luogo in cui sono nate e cresciute. Una città di mare da cui scappano per poi tornare.

Filo conduttore della narrazione, una serie di omicidi commessi da madri verso i propri figli.
Crimine inspiegabile, vero tabù della società occidentale che Giovanna e Ariel indagano, la prima scattando immagini, la seconda scavando nelle menti delle infanticide.

Abbiamo chiesto all'autrice, Nicoletta Vallorani, di raccontarci qualcosa di più sulla genesi e le tematiche affrontate nel suo libro.

Bisogna entrare in se stessi armati fino ai denti
.
Ha scelto questa frase di Paul Valéry per aprire il libro. E per mettere al mondo un altro essere umano, quanto bisogna essere armati?

Non bisogna. Occorre, al contrario, sapere fin dall'inizio che si diventerà come madri totalmente vulnerabili ai propri figli, ma anche totalmente responsabili del loro essere venuti al mondo. Questa contraddizione è la chiave di ogni disagio, credo, e il mistero impenetrabile per i padri.

Il libro si apre e si chiude con il mare. Metafora dell'utero materno. È un'interpretazione corretta?

Non l'ho pensata in questo modo, però suppongo possa essere letta così. Il mare è il posto cui appartengo, pur essendone stata lontana per molti anni. Dovendo costruire una storia così "importante" e complessa, ho pensato di tornare in qualche modo al paesaggio che possiede un respiro che conosco. Quello delle onde e del viaggio.
Inoltre, questa è una storia che non può essere conclusa, e mi serviva che fosse ospitata da un orizzonte ampio: nessun altro lo è come quello di un posto di mare.

Nel titolo Le Madri Cattive è contenuto un giudizio. Nel paese che più di ogni altro celebra la maternità, bisogna essere per forza una madre buona?

Credo sia difficile parlare di maternità "andate storte" in Italia, questo sì: nella nostra tradizione è pressoché impossibile concepire una figura materna che non sia comprensiva e accogliente, e proprio questo in parte è responsabile della fascinazione enorme che l'infanticidio esercita quando compare sulle pagine dei giornali.Detto ciò, non è casuale che il romanzo si chiami Le madri cattive, con l'aggettivo dopo il nome.
Queste madri non sono semplicemente malvagie. Non è questo il punto. Sono anche prigioniere di se stesse, e uccidono perché non hanno altra via d'uscita. Come Medea, non potrebbero accedere a una vita normale neanche se volessero. Non sono "cattive" perché hanno ucciso; hanno ucciso perché erano cattive in partenza. O meglio, socialmente etichettate come tali.

«Concepire un figlio. Decidere di non farlo nascere. Decidere di tenerlo. Alla base di tutto questo non c'è un giudizio morale: solo la consapevolezza che qualunque cosa si faccia, quella che si sta vivendo è un'ordalia che durerà per il resto della vita». Così nel testo che esprime un punto di vista neutro, che contrasta con la retorica della maternità "vocazionale" a cui siamo abituati. È qui che si annida il senso di colpa di chi, pur potendo, non dà la vita?

Forse, nella mia testa, la cosa è ancora più semplice di così, ovvero: si tratta di un discorso sul concepimento e sull'aborto, e su come entrambe queste faccende siano, al fondo, un affare non solo rigorosamente privato, ma anche rigorosamente legato al corpo femminile. E il corpo conserva le tracce, in ogni caso. E le tracce si stampano nella memoria, qualunque scelta si compia, e non possono essere cancellate.
Questo per dire, in termini chiari, quel che penso io: credo che chi non è donna - e la struttura pubblica in particolare - debba/possa fornire le condizioni e le strutture perché la scelta di interrompere o meno una gravidanza sia realizzata nel modo più sereno possibile, ma la scelta spetta individualmente sulla donna che la fa, perché sarà quella specifica donna, qualunque cosa scelta, a portarne il segno sul suo corpo per il resto della vita. Dunque nessuno può permettersi di stabilire, nel codice etico o in quello religioso, cosa sia giusto in assoluto e cosa non lo sia.

Madri rigorose, permissive, indigenti, borghesi o malate. Comunque "fastidiose". Perchè?

È fastidioso qualunque profilo non si integri nel catalogo di stereotipi rassicuranti che funzionano da collante per una comunità.
Il disagio disturba perché è dinamico, ed è dinamico perché non è accettabile per molti. Ma le comunità sono come qualunque organismo vivente: vivono solo se cambiano. Non c'è modo di girarci attorno. Quindi temo che bisognerà accettare anche questa sfida.

di Lorenza Delucchi

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