Magazine Giovedì 7 giugno 2001

Tahar Ben Jelloun incontra i ragazzi

Tahar Ben Jelloun incontra i ragazzi della scuola Baliano.
Avrei dovuto intervistarlo, l’ho inseguito prima in hotel mancandolo per un pelo, poi l’ho incontrato nell’atrio di Palazzo Ducale e desiderava un interprete francese. Avrei voluto chiedergli un paio di cose sulla crisi del romanzo moderno, ma non ci siamo riusciti, mi ha rimandato all’incontro con i ragazzi.
Mi sono seduto tra di loro, come un eterno ripetente.
E mi sono sentito straniero mentre interloquivano in arabo.
Ho dovuto chiedere scusa, alzarmi e spiare la traduzione dell’insegnante, che spiegava ad una donna, con sorriso da giovane seminarista.
Le domande, nonostante i giornali le avessero anticipate taglienti e sagaci, erano quelle che è lecito attendersi dai ragazzi:

Sei marocchino o sei francese?
Ho due cittadinanze.
Scrivi tra la folla o da solo?
Da solo, devo potermi rilassare.
Come hai fatto a scrivere “il libro del buio”?
Ho conosciuto uno dei carcerati, gli altri sono tutti morti. E’ un libro che dice molte cose sulla libertà, spero che da grandi vorrete leggerlo.
Scrivi in francese o in arabo?
In francese, è più facile da tradurre.
Sei musulmano? Pratichi il Ramadan?
Queste non sono cose che ti riguardano.
La domanda salta fuori di nuovo e per un momento, Jelloun è un po’ contrariato dall’invadenza. Dice che la religione è una cosa che riguarda solo la persona che crede e Dio. L’atmosfera si raffredda ma è solo un attimo. L’insegnante con sorriso seminarista commenta “ non è niente, sono cose da arabi”.
Come vedi il Marocco?
C’è una speranza.

Seguono domande sulla scuola. Le risposte sono prevedibili. In fondo alla scolaresca, dove stavo seduto prima, in posizione di retroguardia da ultimo banco, si sono seduti due ragazzini che conosco bene, circolano tutto il giorno da queste parti vendendo accendini e braccialetti.
Loro domande non ne fanno.
di Fabrizio Casalino

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