Concerti Magazine Venerdì 1 dicembre 2000

La Novella: dopo De André il diluvio

Magazine - Intendiamoci: adoro Fabrizio De André.
Ho per lui la venerazione che si riserva ai grandi Maestri e Poeti. Ero fra i sedicimila che lo hanno pianto a Carignano, e come loro sentivo con dolore che un pezzo della nostra storia e della città se ne era andato per sempre.
Detto questo, confesso non senza vergogna che la sua “Buona Novella” mi ha sempre ispirato commenti simili a quelli di Ugo Fantozzi per “la corazzata Potemkin”. E’ un testo importante, d’accordo, ma non è per quella che lo ricordo. Sono più incline ad ascoltare “creuza de ma”; inoltre pur se di livello, credo che il successo della Novella sia dovuto al “testamento di Tito”, una canzone politica fortemente legata al periodo storico in cui fu scritta, meno indimenticabile di altre.
Dico questo solo per mettere in chiaro che da ascoltatore, ho già delle riserve sulla fonte.

Sforzandomi di non avere preconcetti, sono stato al Carlo Felice per la grande commemorazione e ne sono uscito molto deluso. Prima di tutto perché dall’impianto dell’opera è stata tolta la canzone come modulo narrativo, peculiare e sintetico. Modulo scelto dall’autore, che della canzone era Maestro e fra canzone e teatro avrebbe trovato infinite differenze.
Tralasciata la canzone, l’opera si trasforma in un tragico greco -in cui la Sastri più napoletana degli altri si trova così a suo agio da ritagliarsi uno spettacolo a parte per ogni intervento- inframmezzato da siparietti quasi cabarettistici di Bisio, che sdrammatizzano, è vero, ma perché?
Non mi pare corretto mettere in piedi la “sacra rappresentazione” di un testo così profondamente laico, e poi essere tanto pusillanimi da cercare di sdrammatizzarla. Almeno andare fino i fondo.

Sommamente assente il polso della regia, lo spettacolo va dove vuole senza uniformità né coesione. Per quanto riguarda la musica, ho apprezzato gli arrangiamenti di Reverberi e la direzione di Boccadoro, ho constatato che Leda Battisti aveva un bel vestito, ho sofferto le pene dell’inferno a sentire Bisio che cantava De André (con tutto il rispetto possibile per le sue doti recitative), ho ammirato il coro e sudato con quando l’emozione l’ha tradito.

Non si rammaricheranno del mio giudizio gli audaci interpreti: la standing ovation dei fortunati che hanno trovato il biglietto li ha assolti e glorificati di tanta, dimenticabile, pièce.

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