Magazine Lunedì 28 febbraio 2011

Wilbur Smith presenta 'La legge del deserto'. L'intervista

Magazine - Ha l'aspetto bonario e mite di uno zio d'America che ha fatto fortuna, Wilbur Smith. Nato nel 1933 in Zambia - quando ancora si chiamava Rhodesia del Sud - Mr Smith ha una biografia piena di colpi di scena, discese ardite e risalite, per stare al duo Mogol-Battisti. Quattro moglie, tre figli, trentatre romanzi pubblicati, è lo scrittore più letto in Italia.

Nel nostro paese è tornato per presentare l'ultima fatica, La legge del deserto (Longanesi, 2011, pagg. 464, 19.60 Eu). Ambientato fra l'Africa e gli Stati Uniti, il romanzo prende il via con un rapimento, quello di Cayla Bannock, erede di un'importante dinastia petrolifera. Per salvare la giovane dalle grinfie dei terroristi musulmani che la tengono prigioniera, la madre Hazel ingaggia Hector Cross, ex militare avvezzo a ogni tipo di mission impossible. La caccia si dipana fra deserti arsi dal sole e oceani popolati di pescecani. Protagonisti assoluti, Hazel e Cross, alle prese con un'antipatia che supereranno per la buona riuscita della missione.

Abbiamo incontrato Wilbur Smith in una piovosa mattinata milanese: garbato e sorridente, risponde alle domande senza fretta. «Moltissime persone, che reputo amiche, sono mercenari o agenti delle forze speciali allenati per azioni d'assalto» - spiega l'autore africano - «ho fatto una sorta di mix di questi personaggi, dando vita a Cross. Anche Hazel è nata dall'osservazione di diverse donne di successo. Ho fatto sì che lei fosse un'atleta (ndr In gioventù Hazel Bannock era una nota tennista) perché di solito gli atleti hanno una disciplina rigorosa e sono determinati. Hazel, infatti, si fa guidare dall'ambizione e dalle sue capacità».

Fin dal principio della narrazione, Hazel è critica con le maniere rudi di Cross, ben lontano dallo stile politically correct della donna, specialmente rispetto all'Islam: «All'inizio del romanzo Hazel non sa niente sulle forme estreme dell'islamismo. Vive protetta dal suo privilegio, in uno stato che riconosce tribunali e leggi. Di conseguenza tende a guardare al mondo con gli occhiali rosa» - prosegue Smith - «È contraria all'approccio pragmatico di Hector nei confronti della criminalità. Arriva ad ordinargli di non sparare più a nessuno finché sarà lei a pagarlo. Alla fine sono le circostanze personali che la coinvolgono a farle cambiare idea. Si rende conto che i fuorilegge sono e restano criminali».

Se l'opinione dei suoi personaggi è nota, pare interessante conoscere il pensiero del romanziere rispetto alla religione islamica: «Non sono un esperto, ma in base a quello che ho visto posso dire che ci sono diversi aspetti dell'islamismo che sono positivi, penso alla ricerca della pace, alla gentilezza» - nel parlare Smith fa ampi gesti con le mani - «L'islamismo estremo però ha delle conseguenze non auspicabili. La peggior è il modo in cui tratta le donne, per esempio, l'ossessione per l'abbigliamento, la proibizione a parlare con uomini estranei o il divieto a fare affari. Le donne sono schiavizzate dalle frange estreme e questo è degradante».

Cross non crede nel perdono - specialmente di chi ha commesso crimini atroci - ma anche Mr Smith pare nutrire qualche dubbio sul tema: «Secondo me l'aneddoto migliore per definire il perdono è del generale Norman Schwartzkopf che ha partecipato alla ricerca di Saddam Hussein. Quando gli hanno domandato "Nel tuo lavoro cos'è il perdono?" lui ha risposto "Il perdono spetta a Dio, il mio compito è quello di far sì che i cattivi vadano il più velocemente possibili da Dio per essere perdonati"».

La legge del deserto
ben si presterebbe ad un adattamento cinematografico, ricco com'è di colpi di scena, personaggi intrepidi e location esotiche. Abbozzo, magari ha un'idea di chi potrebbe interpretarlo: «Letteratura e cinema sono lontani quanto città del Capo e Milano. Molti anni fa alcuni dei miei libri sono diventati dei film e all'inizio mi è sembrata una grande idea. Poi ho scoperto che poteva trasformarsi in una trappola mortale: il rischio era finire per scrivere sceneggiature e non romanzi» - Smith sorride e prosegue - «Quando scrivo, lo faccio pensando a un libro, se poi qualcuno vuole comprare i diritti, ben venga, basta che paghi. Il libro è e rimane mio, non mi interessa quanto accade dopo la pubblicazione».
Temo di aver fatto preso un granchio, ma l'autore mi stupisce: «Per rispondere completamente alla sua domanda, devo dire che ho due attori in mente: John Wayne per il ruolo di Hector e Grace Kelly per quello di Hazel Bannock, ma sfortunatamente non rispondono al telefono» e scoppia in una gioiosa risata.

Al maestro dell'adrenalina in formato cartaceo chiedo una definizione della parola che lo ha reso uno degli scrittori più letti al mondo: «Avventura per me è mettersi volontariamente in una situazione di rischio facendo affidamento solo sulle proprie risorse. Scalare l'Everest, fare il giro del mondo in barca a vela, attraversare il deserto in groppa ad un cammello sono tutte azioni non necessarie in cui ci si mette alla prova. Io - fortunatamente - non ho più l'età per questo tipo di esperienze e preferisco scriverne».

E per chi scrive? «Scrivo per me, non è possibile pensare o anticipare i desideri di 120 milioni di lettori che - semplicemente - vogliono leggere un buon libro. La mia idea di lettore è una persona di età compresa fra quindici e novant'anni, uomo o donna non importa».
Un'altra risata ed è il momento di salutarci, non prima di una battuta tutta dedicata al paese che lo ospita: «Mi piace stare qui in Italia, gli italiani hanno uno spirito libero e il vostro paese pullula di personaggi interessanti. Ad esempio Berlusconi. E' un po' una canaglia - forse non bisognerebbe dirlo di un primo ministro, in effetti - ma è una canaglia interessante!».

di Lorenza Delucchi

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