Magazine Mercoledì 6 giugno 2001

La poesia è un fuoco: Renato Minore

Renato Minore è romanziere, saggista e poeta, nonché critico letterario del quotidiano Il Messaggero e docente alla Luiss di Roma...
Accidenti, si muove a tutto campo…
“Direi che quella di muoversi su più campi sia una necessità. L’essere poligrafi è una conseguenza della contiguità di messaggi: occuparmi di un genere diventa un traino per sconfinare in un altro campo. E comunque in Italia c’è una tradizione di critici-poeti, per non parlare di quegli scrittori che sono stati grandi poeti ma vengono ricordati soprattutto o solo per la loro attività di romanzieri: penso a Volponi o a Delfini”.

Forse perché in Italia c’è più attenzione alla narrativa che ai versi?
“Effettivamente la poesia non sta vivendo un momento di grande euforia: sembrerebbe che la sua area di appartenenza debba essere l’oscurità. Eppure abbiamo avuto sicuramente dei grandi poeti nel secondo novecento, più che romanzieri. Luzi, Zanzotto e Giudici sono figure di prima grandezza”.

All’estero non è così...
“Soprattutto in America Latina. Sono stato a Medellin, a Bogotà. C’è una partecipazione del pubblico che per noi è inimmaginabile. Non so come sia il Festival di Genova, che genere di coinvolgimento riesca a suscitare. Ma in Sudamerica la poesia è come un fuoco che si propaga per le strade delle città; forse non infiammerà gli stadi, ma le piazze certamente sì. Da noi non esiste la cultura dello spazio pubblico: c’è stato un tentativo negli anni ’80, ma poi è andato tutto alla deriva”.

Secondo lei di chi è la colpa: degli scrittori o del pubblico?
“Il difetto è all’incrocio tra pubblico e poeti. Da parte di chi scrive non c’è sempre l’attitudine a rendere fruibile per tutti un testo: c’è una forte tendenza autoreferenziale. Il pubblico, del resto, è quasi sempre composto da poeti. Quindi l’autoreferenzialità è pressoché assoluta. Io l’ho sperimentato in prima persona organizzando un festival internazionale a Nettuno. Lo scorso anno abbiamo avuto ospite Lawrence Ferlinghetti, ma l’attenzione del pubblico è sempre scarsa”.


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di Donald Datti

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