Magazine Martedì 22 febbraio 2011

'La figlia segreta' di Shilpi Somaya Gowda

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In India, la povertà - diffusa in città come nelle zone rurali – ha prodotto la piaga dell'aborto selettivo e dell'infanticidio femminile, pratiche attraverso cui si procede all'eliminazione delle neonate considerate costose e improduttive.

Vere e proprie ecografia – a cui segue l'aborto in caso di responso "negativo" - e, in caso l'interruzione di gravidanza sia impraticabile, all'omicidio post parto. L'unico modo per evitare alle bimbe un simile destino è spesso la strada dell'adozione.

Da qui parte la storia narrata da Shilpi Somaya Gowda. Dal passo di mamma Kavita che affida la piccola Asha all'orfanatrofio, sperando di offrirle un futuro. Alla scelta di una mamma indiana fa da specchio quello di una pediatra americana, Somer, a cui una menopausa precoce impedisce di avere figli. Sposata con Krishnan neurochirurgo originario di Mumbai, dopo molti tentativi,Somer decide per l'adozione. Assieme al compagno parte alla volta dell'India dove incontra e poi adotta Asha...

Magazine - La figlia segreta (Corbaccio, 2010, 360 pagg., 18.60 Eu) è una storia decisamente al femminile. L'autrice, l'esordiente Shilpi Somaya Gowda, mette le mani su una materia scottante, la maternità, e per farlo sceglie di intrecciare le due culture che conosce meglio, quella indiana e quella americana. Madre e padre emigrati dal Punjab in Canada, Shilpi è stata un teenager dai capelli nerissimi su look made in US e un debole per il cibo piccante. Canadese o indiana, a seconda degli occhi che incrociavano il suo sguardo.

Quando la raggiungo durante il suo tour book italiano - «Adoro l'Italia, ci sono stata in viaggio di nozze» - non posso fare a meno di pensare che sia un po' di lei nelle difficoltà che incontrano Asha e Somer, donne a cavallo di due culture per cui provano un mix di attrazione e repulsione.
Cortese e affabile, Shilpi mi aiuta a mettere a fuoco uno dei temi principali del libro attraverso un aneddoto personale: «Indubbiamente i miei genitori erano più severi di quelle dei miei compagni di scuola, si aspettavano da me un comportamento serio, maturo, ma non dimenticherò mai che quando andavano in India erano loro i progressisti, quelli che indossavano abiti moderni e sembravano avanti di cinquant'anni rispetto ai loro coetanei. Questione di prospettiva».

E se un metaforico cambio di occhiali occorresse per ogni aspetto della cultura, anche per il cibo, elemento tanto simbolico del background indiano quanto funzionale in quello americano? Nel romanzo viene più volte rimproverato alla cucina a stelle e strisce di essere insapore, povera di stimoli e ritualità. «Io adoro cucinare, trovo che sia un modo per stare insieme, condividere emozioni e racconti» - racconta Gowda - «A casa mia è sempre stato così e lo è tutt'ora. Sto cercando di insegnare ai miei figli quanto sia bello preparare interamente un pasto, impiegando il proprio tempo per fare qualcosa di buono per sé e per gli altri». È la stessa autrice a notare che «l'attenzione tutta indiana per la cucina non è molto lontana da quella italiana». Ecco un altro incrocio di prospettive.

Cucina, maternità, un libro di genere, insomma? «È impossibile negare che chi legge La figlia segreta sia per lo più una donna, ma ricevo feedback positivi anche da uomini» - prosegue l'autrice - «Tutti cominciano come giustificandosi: "Non l'ho comprato io, me lo sono trovato in casa, l'ho letto e mi è piaciuto". Alcuni mi raccontano di aver imparato qualcosa di più sulla maternità, sentimenti e timori delle loro compagne che non riuscivano a capire. Ciò non può che rendermi felice».

Restando sugli uomini, nel libro conosciamo meglio tre figure: Jasu, contadino analfabeta incapace di accogliere una figlia femmina, il colto Krishan, emigrato negli Stati Uniti dove ha trovato fortuna e amore, Sanjay, ragazzo d'oggi, capace di conciliare tradizione e modernità con immediatezza. «Sono tre personaggi che raccontano un progressivo allontanamento dai retaggi del passato, penso al loro rapporto con le donne - impositivo quello di Jasu, alla pari quello di Sanjay» - spiega Gowda - «Occorre però ricordare le condizioni socio-culturali di questi uomini: Jasu è povero, non sa leggere né scrivere, ma cerca condizioni di vita migliori per la sua famiglia e si trasferisce in città. Kris e Sanjay invece sono abbienti, hanno potuto viaggiare e conoscere il mondo».

Storie che raccontano le contraddizioni di un paese dove convivono lingue, costumi e abitudini diversissimi. Impossibile non chiederle conto delle reazioni che a Mumbai, dove si svolge gran parte dell'azione, il libro ha suscitato: «Ad oggi in India il libro è distribuito in inglese, lingua conosciuta da un pubblico colto, che ha ben presenti i problemi del paese» - risponde con calma - «Ciò che in Occidente stupisce di più, mi riferisco all'infanticidio femminile, alla descrizione delle condizioni di vita delle bidonville - lascia quei lettori mediamente indifferenti. È qualcosa che conoscono e con il quale hanno imparato a convivere».

di Lorenza Delucchi

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