Magazine Martedì 5 giugno 2001

Il nonno Salvino aveva sempre...

Il nonno Salvino aveva sempre sofferto di non essere proprio genovese.
Infatti la mamma era di Siracusa e il babbo di Pieve Ligure e non si era mai capito come avevano fatto ad incontrarsi. Lui raccontava sempre una storia diversa. Ma a me piacevano tutte.
Raccontava avventure romanzesche, baci rubati dal treno, promesse e lettere d'amore con piccole ciocche di capelli infilate furtive nella busta.
Io non capivo tutto ma mi piacevano quei racconti. Erano meglio di certi cartoni animati. Erano meglio di lady Oscar.

L'odore della nonna morta era rimasto incollato alle pareti. Come una carta da parati a fiori. Era come se avesse detto "Resto, cosa credete?".
La mamma apriva sempre le finestre, poi spruzzava un deodorante "Sentore di bosco". A volte spruzzava anche il suo profumo prezioso con un nome francese che non sapevo ripetere. Niente.
Così quella stanza diventò la stanza di Norma. Ed evitavamo di farla vedere agli ospiti., anche se aveva dei bellissimi soffitti affrescati da Luca Cambiaso e una cupola di stucchi gonfi come quelli delle torte. Ma a causa di quell'odore, non si poteva.

La nonna in realtà si chiamava Clementina ma il nonno era fissato con la lirica. Conosceva un sacco di opere a memoria e spesso le cantava facendo la doccia.
Oh! qual traspare orribile
dal tuo parlar mistero!
Trema il mio cor di chiedere,
trema d'udire il vero…

E così la chiamava Norma, ricordando quella suprema incisione della Callas, quando Joan Sutherland impersonava Clotilde e veniva applaudita per ore dal pubblico del loggione, in piedi. Lui c'era, lo diceva sempre. "Da spellarsi le mani a furia di applaudire, una gioia, una gioia tale…".
Gli era rimasto come ricordo un disco nero con la Callas dall'espressione truce in copertina, una faccia che mi aveva sempre fatto un po' paura.
Lo metteva su al mattino appena sveglio, e la nonna gli portava il caffè canticchiando. Continuò a farlo anche dopo la sua morte. Diceva che gliela faceva sentire vicina, la sua Norma.

Una vita insieme. Con alti e bassi, piccole scosse. Una vita, però. E che succede ora, che uno dei due è venuto a mancare, come si interrompe quell'amore?
Improvvisamente è il silenzio. Per quasi mezzo secolo i rumori di un altro corpo sono stati il tuo universo. Rutti, sussulti, respiri, parole, borbottii. Adesso silenzio gelido. Niente.

O magari era solo una questione di consuetudini, di abitudini rassicuranti. Di compagnia.
Questo ancora non l'ho capito.

Il nonno Salvino aveva sempre abitato in via Prè. Non gli importava che quella strada fosse considerata un luogo di frontiera e facesse storcere il naso ai genovesi bene. Era la sua strada e conosceva tutti. I malavitosi e gli occasionali: gli "speciali", come venivano chiamati.
Conosceva il vecchio Salvatore della profumeria, le bande di ragazzi che rubacchiavano lambrette e giacche di pelle, la proprietaria del ristorante e le puttane. Le vedeva crescere e invecchiare e battere col belletto che rigava le guance ormai vizze. Belle e floride da giovani, con la carne rosea strizzata in strettissimi bustini, sembrava che si accartocciassero come le foglie in autunno andando avanti con gli anni.
Forse a causa di quella vita che le sciupava, che le esponeva a tanti rischi. Però erano tutte sue amiche, con loro faceva un po' il dongiovanni. Si affacciava alla finestra e urlava all'Adalgisa:
Fermati!
E a me sottrarti speri?

Oppure mugolava al passaggio di quelle giovani, di solito straniere.

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di Francesca Mazzucato

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