Magazine Sabato 5 febbraio 2011

Bruno Arpaia, il nuovo romanzo 'L'energia del vuoto'

L'energia del vuoto (Guanda, 262 pp., 16.50 Eu) è il nuovo thriller di Bruno Arpaia.
Vi proponiamo il primo capitolo del romanzo.

Magazine - Soltanto provinciali. Niente autostrade, niente nazionali. Al massimo, stradine secondarie, di quelle colorate in giallo, o addirittura in bianco, sulla carta. Fino a Marsiglia, ci metterà del tempo, troppo. Gli toccherà passare tutti i paesini sparsi dal Padreterno per le campagne svizzere e francesi, rischiando di incrociare una pattuglia della polizia o qualche vigile un po' troppo zelante. Ma almeno, a quelli che l'inseguiranno, renderà il compito molto meno facile.

Pietro Leone guarda nello specchietto le luci di Ginevra sempre più lontane, poi Nico che dormicchia disteso sul sedile, con la console ancora tra le mani. Davanti a sé, solo la strada e il bosco, e i fari che fanno a fette il buio oltre i tornanti. Diosanto, il cellulare… Ma come ha fatto a non pensarci prima? Bisogna spegnerlo, e poi sconnettere anche la batteria. E il gps? Pure. Non è sicuro che possa servire a rintracciarlo, ma è meglio, molto meglio non rischiare.

Quando è uscito di casa, trascinandosi Nico ancora mezzo addormentato, ha fatto solo in tempo a ricordarsi che non dovrà mai usare né bancomat né carte di credito. Ha raccattato cinque o seicento franchi e centottanta euro nascosti nei cassetti, più una bottiglia di acqua purificata mezza piena. Così è partito: in fretta e furia, quasi senza bagaglio, sudato come un pugile, con Nico che piagnucolava e gli chiedeva «Papà, ma dove andiamo? E mamma?», «Poi ci raggiunge, non ti preoccupare», la voce rotta mentre lo diceva, un temporale in testa e un morso di dolore nello stomaco quando pensava a Emilia. E ora le strisce gialle e il buio oltre la strada, e il caldo, già quasi trenta gradi. Cose da pazzi: a maggio, passata mezzanotte… Se non l’aves­sero messa fuorilegge due anni prima, avrebbe almeno acceso l’aria condizionata, e invece ora gli toccano le mani sudaticce sul volante, le ascelle umide, le folate di aria appiccicosa che lo assalgono attraverso il finestrino.

«Papà, quando arriviamo?»

«Ci vuole ancora tempo, Nico. Dormi...»

Hanno passato il confine da Chancy, poi Pietro, dopo Bellegarde, si è imbucato per le stradine interne lungo il Rodano fin quasi a Chambéry. Adesso viaggia sulla provinciale tra St-Bueil e Chirens, più o meno in direzione di Valence, un occhio alla cartina piegata sul sedile e un altro allo specchietto per controllare di non essere seguiti. Niente, nessuno, nemmeno un’auto­mo­bile. L’unico guaio è che ormai ha le palpebre pesanti, l’adre­nalina che sta lasciando il posto alla stanchezza. Quando sente la ruota sobbalzare sul ciglio della strada, quando è costretto a dare un colpo di volante per ritornare sulla carreggiata, Pietro si rende conto che ha molto, troppo sonno, che è arrivato il momento di fermarsi. Soltanto un riposino, dieci minuti, venti, e poi di nuovo in pista. Rischioso, ma non ha altra scelta.

La ghiaia dello spiazzo cricchia sotto le ruote, fin quando Pietro parcheggia accanto a un vecchio tiglio. Nico dorme ancora. Intorno, tranne l’insegna rossa del ristorante chiuso, c’è solo un fitto buio. Scende a pisciare, sale dall’altra parte e tira giù il sedile. Il tempo di riprendersi, si dice; un quarto d’ora, venti minuti al massimo. Si sistema su un fianco e chiude gli occhi. La brezza, tra le foglie, è un sussurrare scuro, due labbra che trangugiano i rumori, fermi in agguato sotto il cielo nero.

C’erano quasi. Gli ultimi calcoli, le ultime tarature con i raggi cosmici, altre simulazioni con dati Monte Carlo, le ultime verifiche dei calorimetri e delle camere a muoni, e poi, quando arrivava il benedetto fascio, sarebbero stati pronti per partire. Emilia sollevò lo sguardo dallo schermo e sbirciò Rudy con un sorrisino, ma a lui sembrò che sul suo viso ci fosse più stanchezza che soddisfazione.

«Ora smettiamo» disse. «Siamo troppo stanchi. Meglio farle domani, le verifiche… Abbiamo ancora tempo…»

Erano le otto e mezza e fuori era già buio, ma lì, al centro di controllo provvisorio, a un centinaio di metri sotto terra, le stesse luci al neon perennemente accese facevano confondere le due di notte e le dieci del mattino.

«Va bene» si decise Emilia. «Però domani ricontrolliamo tutto dal principio.»

Emilia Viñas era di Madrid e Rudy Zoller era nato a Amburgo. Lei aveva fatto il dottorato al Mit e lui al Caltech. Lei, con il suo gruppo di fisici spagnoli, aveva messo a punto un rivoluzionario calorimetro per decifrare le energie di fotoni ed elettroni; lui, giovanissimo, era il migliore segugio europeo di particelle: gli bastava guardare una schermata per intuire a colpo d’occhio, in quella specie di complicato fuoco d’artificio di processi, tracce, decadimenti ed energie mancanti, che cosa era successo in quel mondo minuscolo e segreto, simile a quello che aveva dato inizio all’universo. Ora, lì al Cern, l’Organizzazione europea per la ricerca nucleare, erano i vicedirettori di uno degli esperimenti dell’Lhc, il Large Hadron Collider, il più potente acceleratore mai costruito al mondo, al quale lavoravano più di ottomila fisici, tecnici e ingegneri di una sessantina di paesi.

Nell’ascensore che li riportava in superficie, Rudy stette in silenzio mentre Emilia, le guance in dentro, le labbra strette in fuori, si scrutava la faccia nello specchio che aveva tirato fuori dalla borsa e si aggiustava i capelli con le dita.

«Oddìo, che occhiaie… E guarda queste zampe di gallina attorno agli occhi…»

«Colpa del neon, non ti preoccupare.»

Emilia si voltò e sorrise.

«No, no: colpa degli anni, colpa del lavoro…»

Le porte si aprirono in un soffio prima che Rudy potesse architettare una risposta ironica e galante. Rimase zitto. Supe­rarono le porte di sicurezza, misero a posto i caschi dentro l’ar­ma­dietto, si sganciarono i badge per le radiazioni e percor­sero l’hangar quasi vuoto, zeppo solo di cavi, bobine, variatori, di valvole e di giunti, di gru, ponteggi e pezzi di magneti: lei avanti, a passi svelti, lui dietro, con l’andatura lenta di chi non ha nessuno a casa che l’aspetti e non ha avuto il tempo di organizzarsi in qualche modo la serata. Fuori dal capannone, salirono sulla macchina di Emilia e attraversarono i paesini vuoti e silenziosi finché non videro le garitte del posto di frontiera con la Svizzera, le bandiere e i pennoni dell’ingresso, il parcheggio del Building 40. Lì Rudy scese. Nel buio illuminato dai lampioni, si sentivano solo i suoi passi sull’asfalto e il ringhio sordo del raffreddamento dei computer al Building 513. Lui si avviò alla caffetteria, e lei verso le strade di campagna lungo la frontiera, verso la cena insieme a Pietro e Nico. Quando passò la sbarra e imboccò il viale, una Peugeot grigio metallizzato sbucò da una traversa e le andò dietro.

Potrebbe interessarti anche: , Il Natale del commissario Maugeri, l'ultimo libro di Fulvio Capezzuoli. La recensione , Bonelli: Dylan Dog e Martin Mystere nell'Abisso del male , A mali estremi: nuovo caso per la colf e l'ispettore di Valeria Corciolani , Peccato mortale di Carlo Lucarelli: un altro intrigo da risolvere per il commissario De Luca , Le Quattro donne di Istanbul: un romanzo suggestivo e commovente di Aişe Kulin

Oggi al cinema

Alpha Un'amicizia forte come la vita Di Albert Hughes Azione, Drammatico, Thriller U.S.A., 2018 Dopo una battuta di caccia finita male, un giovane uomo delle caverne lotta contro una serie di ostacoli per ritrovare la strada di casa. Un’emozionante storia di crescita ed iniziazione arricchita dal forte rapporto tra il protagonista e un lupo. Guarda la scheda del film