Magazine Domenica 3 giugno 2001

Dickens, da Paperone alla prigione rosa

Charles Dickens giunge a Genova nel luglio 1844. È già famoso per aver pubblicato Il Circolo Pickwick e Oliver Twist. Per fortuna ha già dato alle stampe anche il Racconto di Natale, nel 1843.

Dico per fortuna perché, in caso contrario, qualche maligno avrebbe certo ravvisato nella figura del vecchio avaro e terribile Scrooge i tratti caratteristici del genovese taccagno e musone. Ebbene no. Zio Paperone (perché Disney si ispirò al personaggio di Dickens per dar vita al suo Uncle Scrooge) non è nato a Genova.

In compenso lo scrittore inglese vive, durante il suo soggiorno in Albaro, uno stato di “furiosa eccitazione” per Le campane, al quale comincia a lavorare da ottobre. Il manoscritto di questo romanzo è presente in mostra. In una lettera a John Forster rivela di svegliarsi alle sette e di lavorare, dopo un bagno freddo e la colazione, fino alle tre del pomeriggio.

Probabilmente è questo il motivo per cui ribattezza Villa Bagnarello (“suona romantico, ma il signor Bagnarello è un macellaio qui vicino”), la casa che ha preso in affitto, la sua “pinkjail”, prigione rosa. Ma non è vita da recluso quella che fa Dickens a Genova. Magari si sente esiliato, senza saperne bene il perché, come rivela all’amico Daniel Maclise, autore del ritratto dello scrittore presente in mostra. Sono sensazioni dettate dallo sconvolgimento che gli suscita la vista del Mediterraneo, un mare dal colore mai visto (“ha un effetto così magnetico, silenzioso, profondo, intenso che non posso fare a meno di pensare che sia stato proprio quello a suggerire l’idea dello Stige”) del verde, il lilla e il porpora delle colline di Genova. Il cielo, invece, gli appare familiare, “giù nel Devonshire ho visto addirittura cieli più belli”.

Le occupazioni di Dickens, quando non scrive, sono di andare “a zonzo […] in tutti i buchi e gli angoli del vicinato, in stato perenne di sconsolata sorpresa”. Sconsolata perché intorno vede “vecchie case e desolati palazzi”: “ci vuole un po’ di tempo e di abitudine per superare la sensazione di depressione che, all’inizio, nasce da tanta rovina e da tanta trascuratezza”.

Ma Genova, per Dickens, è anche Villa Pallavicini, detta “delle Peschiere” (in mostra in una tempera di Luigi Garibbo). Scrive Dickens nelle sue Pictures from Italy: “Non c’è in Italia, dicono (ed io ci credo), una abitazione più piacevole del Palazzo delle Peschiere, in cui andammo a stare non appena furono scaduti i tre mesi di affitto della Prigione Rosa di Albaro. […] È un edificio che somiglia più ai palazzi incantati delle novelle orientali che ad una abitazione dall’aspetto grave e severo. […] La veduta che si gode dal salone mi sembra qualche creazione della fantasia. […] Tutta Genova giace laggiù in bella confusione con le numerose chiese, monasteri e conventi che sembrano additare il cielo, glorioso di sole, con gli svelti campanili”.

Genova è anche Gian Carlo Dinegro poeta e mecenate, generoso ospite nella sua villa (in mostra c’è una Veduta di Genova verso occidente dal giardino della Villetta Dinegro di Leopoldina Zanetti Borzino) per quegli artisti che transitavano in città. Alla faccia di Zio Paperone.


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di Donald Datti

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