Magazine Venerdì 21 gennaio 2011

'Il Diacono' di Andrea G. Colombo, l'intervista all'autore

Magazine - Padre Valdés cercò di rimettere a posto la cornetta del telefono, ma era diventata un blocco di pietra pesante quintali e non poté fare altro che lasciarla cadere. Rimase a penzolare attaccata al telefono come Giuda impiccato al suo albero.
[Da Il Diacono di A.G. Colombo . pp 184]

Tempo fa, nella prefazione di un romanzo horror in cui venivano sottolineate le qualità di uno dei migliori autori di genere, Robert McCammon, lessi che per essere un buon narratore non basta raccontare di mattanze, quello è fin troppo facile, ma occorrono due qualità precise:

Il terrore è un affare per uomini con un cuore grande e un cervello sottile. Se non sei dotato di questi due elementi indispensabili puoi anche provarci - chi te lo può impedire del resto? - ma non andrai più in là del facile disgusto, dei trucchi da bassa macelleria, del grand guinnol un tanto al chilo (di carne). Il cuore ti occorre per conoscere la paura [...]. Il cervello è indispensabile per capire come trasmetterla[...].
Dalla Prefazione di Hanno sete (ed. Gargoyle 2005, 621 pp., 17.50 Eu)

L'autore di questa ottima visione, Andrea G. Colombo, si è mantenuto fedele alla linea tracciata con la sua prefazione, e quando la sua indole - alla scrittura non si scappa perché non è una scelta, ma una necessità - lo ha guidato verso il suo primo romanzo, Il Diacono (Ed. Gargoyle, 488 pp., 15 Eu), si è confermato uomo con grande cuore e cervello sottile. Il libro si presenta bene già dalla copertina, realizzata dalle mani capaci di Alessandro Scibilia, una delle prossime chine del Bonelliano Dampyr di Boselli.

Nel Diacono cuore e cervello sono efficacemente condensati in una prosa eccellente: è un romanzo serrato, appassionato, intelligente; una storia che i lettori abituali dell'horror adoreranno (lo conferma il loro entusiasmo), ma che è abbastanza forte da colpire anche i non lettori di genere.

La storia che Colombo racconta precipita il lettore in un vortice di sensazioni simili solo a quelle provate Quel Martedì di Settembre del 2001. Lo stato di ansia che il libro induce avvolge come fosse una coperta gelata. Leggi e alzi gli occhi, non per riposarli ma per vedere se - fuori dalla finestra - il mondo ci sia ancora.

«Se penso alla paura, a quello che potrei escogitare per terrorizzare un lettore - mi racconta Andrea in una bella chiacchierata - penso allo sterminio, al conflitto totale, alla devastazione senza quartiere, alla fine dei tempi. Insomma, non ti puoi salvare dall'Apocalisse, perché è la fine di tutto.

«Io adoro i romanzi e i film catastrofici - aggiunge - e vado pazzo per il concetto stesso di Apocalisse. Narrativamente parlando è per me l'argomento principe, quello che solletica di più la mia attenzione, mi fa rizzare le antenne, i peli sul collo e che fa correre brividi lungo la schiena: brividi intensi, di eccitazione e paura, perché diciamocelo: l'Apocalisse è un divertentissimo baraccone pieno di bocconi succulenti. Dentro c'è davvero tutto. Non ci sono serial killer, spettri, zombie o vampiri che tengano: l'Armageddon è l'Omega. E per un autore di horror, è pura poesia. Il cantico della Distruzione».

Su Horror Mania il Diacono è stato presentato come serie, come è diventato romanzo?
«Il Diacono è nato come storia per un romanzo: un'idea che ho coltivato per molti anni. Quando iniziai a curare Horror Mania decisi di proporlo in una versione light, perché volevo vedere come veniva accolto dal pubblico il personaggio. L'accoglienza fu caldissima, tanto che in molti si affezionarono al serial e iniziarono a proporre racconti con il Diacono come protagonista».

Il calore del pubblico è stato poi confermato con la sua versione definitiva, tanto che ad un certo punto, su Amazon, il Diacono ha superato il "Re" (Stephen King) nelle vendite italiane.
«È stato un episodio, ma fighissimo. La classifica è in continuo mutamento, in verità, però è stata una vera e propria botta di adrenalina.
Al di là di questo, il romanzo sta piacendo davvero tanto, e oltre alle critiche lusinghiere che ricevo dagli organi di stampa e dagli addetti ai lavori, continuano ad arrivarmi email stupende da lettori che mi contattano per trasmettermi le emozioni che hanno vissuto durante la lettura, e sono la cosa che mi dà più soddisfazione, perché - molto spesso - sono le stesse emozioni che ho provato io stesso mentre scrivevo.
Che un lettore si scomodi solo per descrivermi le sue emozioni, senza niente altro da chiedermi se non di condividerle a mia volta, è davvero stupendo. È come essere messo a conoscenza di uno scorcio della loro vita e mi sento onorato di questa confidenza.
Cosa potrei desiderare di più?»

Il romanzo tratta molto da vicino, e in modo decisamente trasversale, il tema della Fede. Come è stato trattare certe tematiche? Quali sono state le difficoltà legate ai personaggi (non ultimo il Papa) e all'ambientazione?
«Le difficoltà erano diverse, alcune tali da crearmi qualche serio grattacapo. Su tutte, la paura di subire pressioni per ritoccare qua e là alcuni dettagli, pressioni che - tengo a precisare - per fortuna non ci sono mai state.
Tuttavia, durante la stesura del romanzo mi sono chiesto di continuo se quello che stavo scrivendo fosse sconveniente o addirittura blasfemo. Arrivato a un certo punto, però, ho capito che o andavo fino in fondo, o non aveva senso continuare. La storia ne avrebbe patito e avrei buttato all'aria la fatica fatta, quindi mi sono buttato e non ho avuto alcuna "pietà" per i personaggi.
Per l'ambientazione, mi ha aiutato molto il mio percorso di studi (architettura) e il sopralluogo che feci a Roma prima di iniziare a lavorare al romanzo. Poi ho letto molto, libri e saggi sul Vaticano. Insomma, ho cercato di conoscere il territorio dove si sarebbe svolta gran parte dell'azione del mio romanzo».

Il protagonista, il Diacono, è il miglior esorcista della storia dopo Gesù Cristo. Cosa puoi raccontarci - posto che sappiamo che gli esorcisti esistono - dell'Ordine dei Frati Celati (Saio scuro, volto coperto e Croci di Ferro)?
«I Frati Celati sono pura invenzione letteraria - mi conferma - però, guarda caso, qualche settimana fa sono venuto a sapere che un paio di frati residenti nella mia città, stanno cercando da tempo di convincere il Vaticano a concedere loro lo status di esorcisti.
È strana la guerra intestina che si sta sviluppando tra le gerarchie ecclesiastiche, tra chi è a favore e chi è contro a questo sacramentale. Ti posso dire per certo, grazie alle mie fonti, che dopo anni in cui gli esorcisti sono stati quasi messi al bando, si sta invertendo la rotta. Qualcosa è successo... (ed un brivido mi corre lungo la schiena, ndr)».

Ritmo, trama, spessore dei personaggi, immagini talmente vivide da diventare tangibili, danno l'impressione di essere in grado di uscire dal libro per diventare fumetti, celluloide. Esistono possibilità in tal senso?
«Ho cercato di catturare e strapazzare l'immaginazione del lettore, trasmettergli emozioni, sensazioni e immagini, così da fargli vedere lo stesso "film" che stava scorrendo nella mia testa mentre scrivevo. Un film girato da un regista fuori di testa e un cast in preda al delirio totale. Spero di essere riuscito a trasmettere l'urgenza e il ritmo asfissiante degli eventi che precipitavano. Ho dovuto cambiare due tastiere al PC da tanto pestavo forte sui tasti: più il ritmo si alzava, più digitavo forte e veloce. Potrei trovare un mestiere come dattilografo ormai.
Non mi spiacerebbe vedere un film tratto da questo libro, ma solo a patto che rispetti le atmosfere del romanzo. Ma per farlo occorrerebbe una produzione che temo sia impossibile da mettere in piedi nel nostro paese, dove l'industria del cinema si ostina a fare e rifare commedie scollacciate o il solito film su mafiosi e poliziotti. Non c'è la capacità o la voglia di volare alto, di immaginare, di creare davvero qualcosa, ci si limita a scimmiottare (spesso in malo modo) la realtà.
Se Chris Nolan (The Illusionst, Batman Begins) o Zack Snyder (300, Watchman) stanno leggendo questa intervista, sappiano che non farò questioni sul prezzo: nel caso fossero interessati, sono disposto anche a portare i panini sul set. Ragazzi - aggiunge - parliamone!»

Nel romanzo non mancano i tributi ad alcuni autori di genere (Dimitri, Manfredi, Arona e altri), tanto da indurmi a pensare che - finalmente - esista un Club dell'Orrore (o meglio del Fantastico) in Italia.
«Non so se si possa proprio definire proprio un club. È qualcosa di meno strutturato, ma è fuori di dubbio che per la prima volta, dopo anni, finalmente, si possa parlare di una scena horror italiana.
Perché esista una scena o un movimento (pur con tutte le differenze e i distinguo al suo interno) - aggiunge - occorre che ci sia un gruppo di autori ben riconoscibili. Parlo di autori e di libri italiani da diverso tempo e io so bene - da addetto ai lavori - come le cose siano cambiate da 15 anni a questa parte.
Prima, l'idea di veder pubblicato un romanzo di un autore italiano era quasi un assurdo. Oggi i romanzi horror di autori italiani si susseguono, anno dopo anno. E questo è un bene. La strada da fare è ancora tanta, ma finalmente abbiamo iniziato la marcia. Vedremo dove ci condurrà».

Inevitabile il pensiero a questo punto al Diacono. Ci sarà un secondo capitolo?
«Il Diacono vive in un universo pieno di cose da narrare; personaggi incredibili e fatti terribili.
Il primo romanzo mi è servito da introduzione, è stato come dire: ok gente, le cose stanno così. L'Apocalisse è iniziata e ci sono diverse fazioni in lotta. Volete fare questo viaggio in mia compagnia?
Sto ragionando su quello che accadrà dopo i fatti narrati nel primo romanzo. Ci sono alcuni approcci che vorrei sperimentare, il secondo libro potrebbe essere piuttosto... insolito. Un romanzo che potrebbe assumere diversi significati a seconda che il lettore abbia letto o meno Il Diacono.
Se ne avrò l'occasione, vorrei raccontarvi come vanno le cose nel mio folle mondo giunto alla fine dei giorni.Resta il fatto che i monaci Celati torneranno. E le cose andranno sempre peggio.
Consolante, non credi?»

di Francesco Cascione

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