Magazine Giovedì 20 gennaio 2011

«È morto mio padre, ma non sono riuscita a piangere»

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Magazine - Salve, sono una ragazza di diciotto anni e pochi giorni fa è morto mio padre (28-12-10). Il mio problema è proprio questo: alla sua morte non ho pianto.
Ho versato qualche lacrima ascoltando un po' di musica classica (L'adagio di Albinoni, il suo pezzo preferito), ma quasi niente.
E durante gli ultimi suoi mesi di vita l'ho visto soffrire e non ho pianto anche perché ho pensato alla cessazione di questo immenso dolore. E papà era favorevole all'eutanasia.
Solo la prima notte ero infastidita dell'accaduto e mi sono sognata con mio fratello su una cima di una montagna piena di neve, con tanto freddo e di fronte a noi c'era un'enorme e lunga discesa... Ad un certo punto siamo scesi e c'era nostro padre disteso, vivo ma morente. In quel momento mi sono svegliata e non ho più dormito.
Le altre notti invece ho dormito abbastanza bene. Qualche volta mi sono svegliata per degli attimi e vedevo mia madre piangere (dorme nella mia stanza perché non se la sente di ritornare nella sua). Purtroppo non riesco a consolarla di notte, la notte per me è un momento sacro e quando mi sveglio sono così presa dal sonno che mi riaddormento subito; forse perché è l'unico mio momento di relax.
Papà diceva (e lo ha scritto anche in una delle sue poesie) che le persone piangono in queste occasioni non per la morte della persona cara ma per il fatto che non hanno saputo esprimerle il loro affetto.
Non che lo abbia fatto, anzi esattamente l'opposto, penso. Non gli ho mai detto ti voglio bene, nè detto ciao, nè abbracciato, dato un bacio sulla guancia, dato una carezza. Forse ho ereditato da lui questa testardaggine, ma non me ne sono mai pentita.
Non vorrei mostrarmi una figlia fredda, ma vorrei cercare di capire da qualche risposta estranea invece di stare sempre ad auto-comprendermi (così non ci sono soddisfazioni).
Non ho mai mostrato, oggettivamente, dell'affetto nei suoi confronti perchè sembrava lui il bambino. E bambino è rimasto sino alla morte. Diceva che a dieci anni lo avevano mandato in collegio dai preti, non vedendo così nè madre nè padre nè fratelli.
Ho saputo da poco che anche lui aveva problemi con i suoi genitori, e nonostante da grande fosse molto calmo, lo era così tanto da mostrare la sua insonstenibile leggerezza (nervosismo). Il che, diceva lui ultimamente, gli ha portato questo malessere psico-somatico e diceva che l'unica soluzione per guarire era risolvere tutti quei problemi, tenuti dentro per tanti anni.
Tutta questione psichica, diceva, ma penso che sotto sotto o non volesse accettare anche la malattia corporea o l'avesse già accettata e tra sè pensasse che tutto ciò che avremmo fatto sarebbe stato inutile, poiché comunque stava all'ultimo stadio della malattia (cancro).
Per concludere, sintetizzo il tutto:
Il fatto che io non abbia pianto alla sua morte deve essere obbligatoriamente considerato anormale rispetto alle tante altre persone che invece piangono?
Oppure è tanto normale non aver pianto poichè ho fatto tanti collegamenti da capire meglio me stessa e mio padre?
Esiste o no il giudizio nell'azione umana che è a volte irrazionale?
O forse il mio modo di pensare è dato dal fatto che mio padre, nonostante fosse stato da giovane un chierico, avesse detestato poi ogni cosa spirituale e io in qualche modo tendo a distinguere le due cose? (razionalità ed irrazionalità) Aiuto...

Buongiorno.
Mi spiace per la sua perdita e spero di poterle dare almeno un piccolo aiuto come chiede.
Forse in queste occasioni ci vorrebbero più abbracci e meno parole, ma abbracciarsi via internet non è la stessa cosa, per cui non rimangono che le parole. Spero di avere quelle giuste!
E cosi risponderò alla sua domanda: no, non mi risulta che esista un giudizio universale del comportamento. Anzi, i giudizi cambiano a seconda dei tempi e delle culture. Ammesso che qualcuno, tra noi umani, si possa davvero permettere di giudicare sul serio!
Per quello che posso dire dal mio punto di vista, psicologico, il fatto che lei non abbia pianto nell'occasione in cui molti altri piangevano lo si può tranquillamente considerare normale, nel senso che ricade in uno dei molti modi che hanno gli esseri umani di esercitare il sacrosanto diritto di esperire i propri sentimenti e di manifestarli a seconda della propria sensibilità.
E questo ci porta ai motivi per cui lei non ha pianto.
Lei fa molte riflessioni al riguardo.
Ma su questi motivi ci potrebbero essere molte e diverse interpretazioni. E anche se, come detto prima, potrebbero essere tutte ipotesi lecite, resta da considerare il fatto che di fronte a un evento così traumatico è possibile che, in un modo o nell'altro si rimanga scossi e dunque non proprio in grado di essere obiettivi.
Sì, è vero, c'è chi reagisce lasciandosi travolgere dalle emozioni, così come c'è anche chi blocca gli aspetti emotivi ampliando invece gli aspetti razionali, ma in ogni caso si tratta di reazioni e ci vuole sempre un po' di tempo prima di poter riuscire a farsi chiarezza dentro e capire o sentir come stanno, davvero, le cose.
È per questo che non ritengo sia il caso, ora, di analizzare il suo rapporto con suo padre. È troppo presto per averne un quadro completo e sereno.
E inviterei anche lei ad aspettare a trarre conclusioni che potrebbero essere premature e alterate dal dover far fronte a una situazione improvvisa.
Da ultimo resta da considerare che piangere è una cosa strana e non segue sempre le stesse regole: magari adesso non si sente di piangere di fronte al suo lutto e poi, magari, si scoprirà a piangere a dirotto per un dettaglio. Anche questo è normale.
Un abbraccio!
Ventura

di Marco Ventura

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