Magazine Venerdì 7 gennaio 2011

«Ho paura della morte e di quello che non posso controllare»

Se vuoi contattare il Dottor Marco Ventura scrivi una email a lettinovirtuale@mentelocale.it

Magazine - Buongiorno Marco,
ho letto la risposta data alla lettrice di 28 anni, la cui lettera mi ha scosso in quanto mi sono completamente riconosciuta nelle sue paure. Io ho 46 anni e credo di avere fatto le ultime analisi del sangue 30 anni fa, l'immagine di un ospedale mi provoca un'angoscia
così insopportabile che mi sento morire e tutto ciò che attiene alla sfera della salute è causa di ansia.

Non so se ciò che provo possa essere definito attacco di panico, in realtà non ho mai assunto psicofarmaci e credo di riuscire a controllare drammaticamente la mia situazione anche se è paragonabile al senso di morte. Tuttavia non volevo descrivere cio' che provo, ma farle notare che forse lei non ha la minima ideaa di ciò che descrive quella ragazza. Le consiglia la calma, ma ha idea che solo nello scrivere le mie paure, in questo esatto momento io mi sento raggelata e ogni tentativo di calma mi risulta inattuabile?

Volevo dirle che lei forse è così lontano dall'immedesimazione di questo problema, che pensa di blandirlo, con consigli genereci ,ma io credo che ci siano delle motivazioni più remore e profonde al terrore di non accettare l'impossibilità di controllare l'incontrollabile. Io non provo mai paura di fronte alle difficoltà anche più aspre della vita, se ho la consapevolezza di poter mutare gli eventi grazie a me stessa, al lavoro, all'impegno. Ma mi sento impotente e priva di ogni risorsa di fronte ad una malattia, perché fondamentalmente non so accettare l'idea della morte che è la sola cosa che esce dal controllo di ciascuno di noi. Quindi dottore, le ho scritto solo perché credo che la risposta data, non sia stata né esaustiva, né illuminante per la ricerca di una nuova chiava di lettura.

La ringrazio comunque per tutte le altre volte in cui dimostra maggiore capacità di arrivare alla verità delle cose.
La ringrazio per l'attenzione e cordialmente la saluto
Licia


Buongiorno Licia,
sono io che devo ringraziare lei per le sua attenzione e per aver scritto le sue opinioni che ho trovato chiare e stimolanti. Solo non dia per scontato che io non possa capire cosa "si prova" nelle situazioni come la sua.
Ma, comunque, mi scuso se le ho dato l'impressione di prendere troppo poco seriamente il problema dando risposte poco esaurienti. Mi spiace davvero, perché, in realta, sono d'accordo con lei: non basta la calma.
E non mi nascondero' dietro alla fievole scusa che questo lettino virtuale non può essere cosi tanto risolutivo avendo a disposizione poche righe. No, detto ora non suonerebbe bene. E non entrero' nel merito delle teorie sulla genesi degli attacchi di panico. Come ha fatto notare lei, stando cosi male poco importano le parole e le brutte sensazioni non cambiano se le cause sono spiegate facendo riferimento a cause profonde o a superficiali errori di comportamento.
Come la calma anche lo spiegare, da solo, non basta.

Mentre invece, sono sicuro di poterle dire che, qualsiasi sia la causa e qualsiasi sia la spiegazione, per risolvere un malessere c'e sempre un punto da cui si comincia.
E di questo semplice ma fondamentale, punto d'inizio, vorrei parlare.
Lei ha una grande capacita descrittiva quando dice «credo che ci siano delle motivazioni più remote e profonde al terrore di non accettare l'impossibilità di controllare l'incontrollabile». E poi «mi sento impotente e priva di ogni risorsa di fronte ad una malattia, perché fondamentalmente non so accettare l'idea della morte che è la sola cosa che esce dal controllo di ciascuno di noi».

Belle parole! Ma non entrerò nel merito di quello che lei crede e nemmeno se questa sua idea di dover essere in grado di controllare tutto sia più o meno criticabile o condivisibile. No, davvero, se lei lo vive in questo modo prendero' semplicemente atto che, per lei, il controllo totale è così importante e che la sensazione di non poter avere sufficiente controllo la angoscia.
E se questo fosse il suo problema, qualunque possa essere la giusta soluzione, e lei volesse cambiare non pensa che ci debba essere un inizio da cui cominciare? E non trova che questo inizio di un cambiamento verso il superamento dell'angoscia potrebbe essere proprio quello di incominciare a imparare a controllare la sua reazione emotiva di paura?
E qual'è il gradino più piccolo da cui cominciare se non quello di affrontare le sensazioni di angoscia quando si prepara a parlarne od a scriverne o ne legge? E ribadisco che stiamo parlando dell'inizio perché, questa non è "la" soluzione, quella viene, dopo.
Questo è soltanto il primo passo per poi affrontare tutto il resto, che ne consegue e che è tanto ed è complesso e non si risolve solo con la calma ma che neppure si puo affrontare senza calma.

Così, mi scusi se torno sull'argomento, ma se non si comincia da qui, se non si comincia con il riuscire a ri-trovare un poco di tranquillità nel parlarne, nello scriverne o nel leggerne, temo proprio che qualsiasi altro modo di andare avanti rischi di diventare quasi impossibile.
Io invece sono sicuro che, a piccoli passi, e usando anche un po di calma se ne possa uscire.

Spero che cosi lo trovi un pochino più illuminante.
Buon 2011,
Marco Ventura

di Marco Ventura

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