Magazine Martedì 28 dicembre 2010

Nando Dalla Chiesa: il mio presepe di contestazione

Magazine - L'ultimo tocco di colore e di vita è stato un melograno rosso turgido piantato nel mezzo. Con delicatezza e insieme il timore (infondato) di sconvolgere gli equilibri estetici. A quel punto il presepio è stato pronto.

Aveva raggiunto l'armonia che volevo. E più lo guardo (la grotta e le profondità dei paesaggi notturni stanno nel camino, davanti al divano del salotto) più, dal 23 sera, quella rappresentazione mi affascina e mi parla. È un presepe bellissimo, diverso dal solito. Perché è un presepe alla frutta. Proprio così, ho sentito l'istinto irresistibile di riempirlo di frutta. La stessa che è sparita dalle relazioni sociali e dai nostri consumi alimentari.

L'ho detto anche in consessi scientifici: credo che uno dei segni del nostro declino antropologico stia nel fatto che nelle trattorie di campagna, nei piccoli ristoranti cittadini, non dico nei ristoranti di lusso, non c'è più la frutta. Fa eccezione la civilissima Romagna, in cui la si trova ancora su ogni tavolo fresca e copiosa. Per il resto ananas, solo ananas. Ovunque, in ogni stagione, con qualsiasi tempo. Anche se le trattorie che lo propongono con implacabile monotonia hanno (come in Veneto o ai Castelli romani) gli orti e i frutteti gonfi dietro la finestra.

Che frutta ha? Ananas, signore; al massimo fragole. La gente ordina contenta ananas o addirittura il terrificante carpaccio d'ananas senza capire la profondità dell'offesa, la privazione somma che le viene inflitta. Un immiserimento della nostra vita, dei colori, dei sapori, dello stesso vocabolario. A voi la bistecca di bisonte, il prosciutto di struzzo, il vino australiano, muore la frutta. Senza bisogno di un editto. Senza un divieto governativo. Per una naturale, inavvertita sclerosi collettiva. Così mi sono ribellato nel luogo in cui cerco ogni anno di ritrovare la mia identità e la mia storia e ho fatto un presepio di contestazione.

Come nel '68, contro il consumismo. Come nel '90, per la pace, nelle settimane in cui passava l'idea della guerra come missione umanitaria. Il Natale è segno di scandalo, in fondo, lo racconta e lo spiega la teologia più profonda e suggestiva. E il presepio è, per chi lo fa e lo vede, trasfigurazione, sogno, mito. Ma anche semplicità (il falegname, la paglia, il bue e l'asino...), immediatezza folgorante del rapporto con il mondo, e insieme sublimazione del creato, il quale offre tutte le sue ricchezze alla divinità che scende in terra: formaggi, pani, pesci, frutta, stoffe.

Da qui il mio presepe della natura e delle stagioni. In cui tra fiumi e palme e case in miniatura fanno splendida mostra - e non vi dico con che effetto cromatico - arance, clementine, limoni, bacche al naturale. In mezzo il grande melograno rosso e turgido. Gesù Bambino è arrivato e non si è offeso. Dalla grotta nessuno ha chiesto un carpaccio d'ananas.

di Nando Dalla Chiesa

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