Concerti Magazine Mercoledì 22 dicembre 2010

Musica, il meglio del 2010: dai Perturbazione ai Massive Attack

Magazine - A fine anno è più che mai tempo di liste. A dire il vero ormai in tutte le stagioni siamo circondati da indici di cose consigliate o da approfondire: dallo scrittore inglese Nick Hornby, con le sue 31 canzoni, a Vieni via con me, l’elenco delle cose più significative a proposito di un dato argomento sembra avere acquistato sempre maggiore diffusione fra le modalità di comunicazione contemporanea.

Non mancano fautori e detrattori, con una bilancia che pende fra la concisione e la concretezza del messaggio ed il rischio di una monotonica enunciazione che appiattisce i contenuti. È un modo per decifrare la crescente complessità in cui viviamo? O un derivato dalla semplificazione del linguaggio che prende le mosse dal sms telefonico? Oppure c’è, dietro alla lista, un desiderio di definitività, rivolto a sancire, una volta per tutte, ciò che davvero conta?
Interrogativi su cui si potrebbe aprire un ricco dibattito, ma, con meno pretese, mi viene invece da interrogarmi (e, se ritenete, interrogarVi) sul motivo per cui, proprio in questi giorni, giornali, siti internet e programmi televisivi sono spesso popolati dalle liste delle cose migliori dell’anno: film, libri, musica , spettacoli e molto altro.

Mi è venuta questa spiegazione forse un po’ ingenua, ma, nel mio caso, valida: vogliamo combattere il passare del tempo, tenendoci in qualche modo aggrappati ad alcuni momenti belli che abbiamo trascorso. Con questo spirito, e magari l’illusione di dare qualche spunto a chi ne è in cerca, non posso dispensarmi dalla lista delle mie musiche del 2010. Quelle che, dati alla mano, ho ascoltato di più, perché il resto, che ancora attende attenzione, è molto più consistente. Ma se su queste note, senza distinzioni di generi e con salti anche plateali da un clima all’altro, sono tornate spesso cuffie e casse acustiche, un motivo ci sarà.

Perturbazione, Del nostro tempo rubato. Un esempio mirabile di artigianato pop, con la freschezza della band del liceo ancora intatta, ma l’esperienza di oltre quindici anni di palco e dischi.

Africa Unite, Rootz. Per ballare e pensare fra reggae, dub e impegno. Hanno trovato la formula per parlare a diverse generazioni e continuano a divertirsi e divertirci, anche noi che più o meno siamo loro coetanei.

Badly Drawn Boy, Is there nothing i could do / Is that what i am thinking. Due titoli che riflettono, già nella articolazione, un momento di riflessione personale del cantautore inglese Damon Cough. Per me, uno dei pochi ancora in grado di emozionare con qualche nota di piano e quella voce grondante malinconia.

Robert Plant, Band of Joy. Un inaspettato ritorno per l’adonico ex Led Zeppelin, che qui si ammanta di un moderno folk rock azzeccando una sequenza quasi perfetta di canzoni.

Bill Frisell, Beautiful dreamers. L’appuntamento annuale con l’eclettico Frisell conferma la validità di una intuizione originale: partire da diversi linguaggi, jazz, country, e musica colta, per affrontare avventurosi sentieri sonori in cerca di una musica totale.

Between the times, Octagon. Ipotesi sulla carta impossibile, quella di fondere il jazz e la musica del tredicesimo secolo avendo come epicentro (e sede delle registrazioni) la ottagonale fortezza di Castel Del monte in Puglia, eletta a luogo di scambio fra arti e culture da Federico II. E invece l’esperimento produce uno dei dischi più affascinanti usciti di recente , sigillato da un sonetto dello stesso Federico: «Misura, providentia e meritanza», quasi un monito per i tempi moderni.

Massive Attack, Heligoland. Si chiamava trip hop, ma oggi viene da definirlo semplicemente musica dei giorni nostri, che utilizza pop, elettronica, e dub per veicolare una presa di coscienza avveduta sui turbolenti tempi moderni.

Keith Jarrett / Charlie Haden, Jasmine. L’incontro fra due poeti della musica in un dialogo che sublima quaranta anni di jazz .

Johnny Cash, Ain’t no grave. L’atto finale del grande interprete della tradizione americana, scomparso nel 2003. Una voce spezzata dall’età e dalla malattia che trova ancora la strada per colpire al cuore l’ascoltatore.

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