Magazine Venerdì 26 novembre 2010

'Pasolini in salsa piccante', di Marco Belpoliti

Magazine - Quando Pier Paolo Pasolini fu ucciso avevo 11 anni. Ricordo di averlo saputo da un Tg serale trasmesso ancora in bianco e nero. La notizia piombò improvvisa in casa nostra, come in tutte le case degli italiani. Avevo chiesto a mia madre che cosa significasse omosessuale, ricevetti una non-risposta imbarazzata. Quell'assassinio da cronaca nera, quella scena di un corpo straziato da una macchina, quell'incontro-scontro tra corpi nella notte tra l'1 e il 2 novembre del 1975, tutto contribuiva a creare un alone di mistero, amplificato a dismisura dai mass media, e alimentato poi dai dubbi su un'indagine probabilmente chiusa in fretta.

Tanto che sul caso Pasolini non si è più smesso di intervenire, ricostruire, interpretare. Omicidio – complotto - politico coperto da motivazioni a sfondo sessuale, esecuzione compiuta da un singolo o da un gruppo legato al mondo della prostituzione maschile, tragica vicenda attraversata e complicata da sospetti, intrecci e interessi di potere, e così via. Quest'anno, ancora un acceso dibattito sulla stampa, dopo che è stata ufficialmente chiesta da Walter Veltroni, con una lettera al ministro Angelino Alfano, la riapertura delle indagini con metodi scientifici.

Ora Marco Belpoliti fa uscire Pasolini in salsa piccante (Guanda, 2010, 144 pp, 12,50 Eu), un saggio in cui avanza la sua tesi. Si aprano e si conducano pure tutte le indagini possibili su questo omicidio, ciononostante resterà sempre aperta la questione dello scandalo di un artista che non si risolve nemmeno con le verifiche della più sofisticata scienza investigativa.
Belpoliti fa bene a suggerire l'idea che ci troveremo sempre e comunque a doverci confrontare, anche nell'eventualità che si arrivi a sapere tutto sull'omicidio, con la straordinaria peculiarità emozionale, visionaria, artistica di Pasolini, che partiva - per una sua esigenza esistenziale, etica ed estetica - dal proprio desiderio omosessuale, mettendo continuamente alla prova quello che in sintesi si può definire il pensiero dominante di una società fragile, complessa, incompiuta, arcaica e moderna, come quella italiana.

Un confronto spesso doloroso, conflittuale, mai pacificato. Un'energia incandescente al centro della figura di Pasolini che, a sua volta e inevitabilmente, si irradia e ricade nel presente su di noi. La sua opera così ricca, intensa e molteplice (poetica, narrativa, cinematografica, saggistica, politica) arriva sempre, prima o poi, a produrre un appello – imbarazzante, perturbante - a guardarci dentro, per vedere fino a che punto facciamo realmente i conti con i nostri sentimenti, i desideri, le difese, i pregiudizi anche più indicibili, con quello che presumiamo di essere e con quello che siamo diventati. Emozioni, proiezioni, credenze, verità - soggettive e collettive - che interferiscono profondamente con la percezione della realtà, e con la costruzione delle nostre stesse identità e relazioni. Penso davvero che sia in questo che un artista è sempre scomodo. Soprattutto uno come Pasolini che aveva scritto, poco prima di morire, per il suo previsto intervento al congresso del Partito Radicale: «Non dovete far altro (io credo) che continuare a essere voi stessi: il che significa a essere continuamente irriconoscibili».

Il saggio di Belpoliti contiene anche delle immagini. Sono scatti fotografici fatti da Ugo Mulas nel 1968 a Pasolini, mentre girava a Milano il film Teorema. Ma c'è anche un'interessante analisi di altre fotografie che Dino Pedriali fece allo scrittore nell'ottobre del 1975. Queste immagini non sono pubblicate nel libro, non le vediamo, ma ci vengono raccontate da Belpoliti. Queste foto segrete, intime, private (ma fino a che punto il privato in Pasolini non diventa da subito anche pubblico?), tra cui alcune in cui lo scrittore si è fatto ritrarre nudo nella suo rifugio di Chia, nel viterbese, costituiscono una sorta di linea d'ombra, un doppio corpo, un duplice sguardo dello scrittore su di sé, e al contempo, fuori di sé – in quel periodo stava scrivendo Petrolio, e aveva finito le riprese di Salò - attraverso lo sguardo dello stesso Pedriali. Probabilmente si trattava di un ulteriore passaggio nella ricerca di Pasolini. Difficile dire verso dove, perché di lì a poco quella ricerca sarebbe stata improvvisamente e tragicamente interrotta.

*L'artista Cesare Viel, nel 1999, ha girato per le strade di Milano Domande d'identità, un video dove intervista i passanti su questioni legate all'identità sessuale e di genere. Nelle intenzioni dell'autore, la video-inchiesta rimanda a quella che Pier Paolo Pasolini realizzò nel 1963 con il suo film Comizi d’amore. A quel lavoro si ricollega anche come un affettuoso omaggio. Per vederlo vai sul suo sito.

di Cesare Viel *

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