Magazine Lunedì 22 novembre 2010

Scrittorincittà: Gian Carlo Caselli e Paolo Crepet

Magazine - Qui a Cuneo Scrittorincittà di quest’anno è intitolato Idoli.
Come la Costituzione, per esempio. La Costituzione sembra diventata l’ultima isola di salvataggio in un mondo politico che ormai ha perduto la bussola.
Venerdì 19 novembre 2010 ne sono occupati Gian Carlo Caselli, e Michele Ainis. Gli approcci sono diversi ma appaiono tutti e due come una cura. Così si chiama l’ultimo libro del costituzionalista messinese, La cura (Chiarelettere), un saggio politico che promette una specie di soluzione al disastro sociale in cui ormai viviamo. Ainis sostiene che la nostra società sia preda di troppi ismi: nepotismo, per esempio. Per curarlo c’è un metodo.

Se si è figli di notaio ed in quanto tali si eredita il titolo con un minimo di sei punti, nel senso che i figli dei professionisti si trovano più pronta la pappa, bisognerà proprio per loro aumentare il punteggio d’ingresso almeno a sette punti. Una specie di pena d’accesso che cura l’essere figli di.
Ainis dice scherzando che volevano querelarlo per tale motivo. In effetti un'invenzione simile porterebbe ad una dissacrazione della filosofia nepotistica italiana, quella per cui sulla bandiera di ciascuna famiglia sta scritto appunto che la si tiene, e basta. Flaiano, in questo, era un profeta senza il minimo dubbio.
La causa di una cura così acuminata è evidente. Tutti noi siamo stufi di vivere dentro le maglie di una società dove i meriti vengono sacrificati sull’altare dell’essere figlio di qualcuno o parente di altri.

La meritocrazia in Italia è carne da macello ed una cura potrebbe essere ricercata dentro gli spiragli della Costituzione. Un documento ancora moderno, dal contenuto programmatico. Una Costituzione vista come uno strumento flessibile, molto agile, capace di assicurare procedure veloci e risultati concreti. Se si pensa all’art. 3, quello su cui si fonda il principio di uguaglianza, senza pregiudizi di qualunque natura, neanche sessuale, ci rendiamo conto come un aumento del suo rispetto possa davvero aiutare certi meccanismi di rivincita sociale.

Gian Carlo Caselli (Di sana e robusta Costituzione, con Oscar Luigi Scalfaro, Add 2010) ha fatto un discorso da magistrato, geloso delle prerogative della magistratura. Ha ricordato come mediante certe piccole norme, minime, si può riuscire ad incidere su realtà economiche gigantesche, come la Montedison, per esempio. Quella però non è soltanto la forza affidata all’indipendenza della magistratura, ma anche alla certezza delle leggi.
Solo che – ed in questo ha ragione Caselli – la certezza delle leggi viene assicurata da una magistratura libera di usare le norme costituzionali secondo la costituzione, appunto. Riportare la Costituzione fuori dal frigo – oggi – è diventato vitale.

Se si pensa che il 14 dicembre la Corte Costituzionale dovrà pronunciarsi nuovamente sul legittimo impedimento si comprende quanto sia ridiventato importante consegnare una diversa vitalità a quella carta.
La costituzione è un idolo? O è soltanto un documento programmatico, nel senso che enuncia certi programmi da mettere in pratica con l’interposizione del legislatore? È necessaria un’altra legge – sempre – per dare vita, gambe e corpo alla Costituzione come dice Ainis?
Bisogna confessare una verità. Siamo tutti convinti che il figlio del notaio dovrebbe davvero sudare più degli altri per sedersi sulla stessa sedia del padre. Solo che una terra del genere è costituzionale in pieno perché basata su criteri determinati di uguaglianza. Ma si chiama utopia. Ainis è un costituzionalista affascinante e le sue tesi sono affilate come rasoi.


Sabato 20 novembre
è stata la giornata di Paolo Crepet. Perché siamo infelici (Einaudi 2010), un libro scritto con altri studiosi per capire da vicino il dramma che si cela dentro il Male oscuro. Vi ricordate?
Giuseppe Berto l’aveva chiamata così, la depressione: in un libro epocale, scritto tutto di getto, senza punteggiatura. Un miracolo linguistico che ancora oggi non ha eguali.

Paolo Crepet ha tracciato un ritratto dell’Italia di oggi, partendo da un tema che gli è caro e di lavoro: i ragazzi.
La prospettiva è povera: Uomini e donne, nel senso del programma di Maria De Filippi, è la cifra di adesso. Una specie di deserto dei sentimenti, anzi un programma girato apposta per illudere gli adolescenti.
Il pensiero di Crepet non ha peli sulla lingua: qualunque cosa comoda è stupida. Ha fatto sua l’espressione di un grandissimo velista neozelandese il quale capì questa sfumatura della realtà dopo avere conosciuto tutti i mari del pianeta.

Per arrivare ad essere felici ci vogliono sudore, lacrime, merda e angoscia: questa è la ricetta. Non si può stare a casa a guardare uno schermo ultrapiatto su di un letto dove il caldo ce lo porta un piumino danese.
Solo il bambino che cade dalla bicicletta e si sbuccia le ginocchia, ma arriva a casa comunque, vince: perché ha guadagnato la stima di se stesso, la prima dote d’obbligo per vivere bene. Soddisfatti.
Poi c’è il metodo di educare i figli. Educare non significa mantenere, dove il verbo conserva soltanto un significato economico che dissipa ogni impegno sentimentale ed affettivo.
È meglio avere per padre un capitano che s’incazza se arrivi a quindici anni alle sei del mattino, oppure un padre di ricotta ed una madre bancomat dai quali deriverà un figlio ghigliottina?

Davvero ci vorrebbe un Capitano, o mio capitano (dal film straordinario interpretato da Robin Williams, L’attimo fuggente) in cui un uomo aveva saputo donare un palpito eterno, di poesia e cuore, a dei ragazzi.
Siamo ridotti male. Se pensate che il Sindaco di Ravenna ha dovuto ingaggiare Crepet per dare forza e sostegno ad un’ordinanza emessa per vietare gli alcolici ai ragazzi con età inferiore a sedici anni durante l’estate. Quel sindaco è stato il bersaglio di attacchi e pressioni politici molteplici, che gli sono piovuti in testa da tutte le parti.
Questa è l’Italia, dove si fanno corsi perché i figli non mangino merendine geneticamente modificate ma li si lascia liberi di sorbirsi due ore al giorno di Uomini e donne di Maria De Filippi.

Poi c’è il problema della sensibilità. E se mio figlio mi viene su sensibile? Così la domanda che spesso viene fatta a Crepet, manco fosse una disgrazia. Pensate a tutti gli artisti, di ogni generazione, se non avessero avuto la sensibilità. Pensate ad un mondo dove la sensibilità non ci fosse. Sarebbe come vivere su Marte. Minimo.
La sensibilità, che realtà umana ed animale straordinaria. Esistono scimmie che in India – in un luogo impronunciabile dove il clima uccide ma alla sera i tramonti sono cinematografici – piangono alla sera. Capiscono che un giorno è passato. La vita si dissipa da sola, giorno dopo giorno, amaramente.
Crepet si è congedato con un’immagine che fa riflettere.

In volo da Roma a Genova. È una giornata di aprile dove il sole splende ed il mare è una distesa di luce liquida. Oro zecchino. Non c’è neanche una vela. Non c’è una persona che abbia deciso di uscire in barca. Quindi. Vai in ufficio, anzi telefoni e disdici tutti gli appuntamenti. Passi da casa a prendere tua figlia che è assisa davanti ad una puntata di Uomini e donne. La strappi a quella realtà con una scusa, anche meschina. Arrivi al porto, sali sulla barca con lei, e metti le vele verso il vento. Terzaroli per circa tre ore sul mare. Magnifico. Tre ore di sole e sale. Durante un consiglio di amministrazione. Una goduria.
Tra cinquant’anni quando chiederanno a tua figlia chi era suo padre, lei risponderà: uno che mi ha rapito. Non uno che mi ha lasciato tre garage.
E poi dicono che Crepet non capisce un’acca.

di Alberto Pezzini

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