Magazine Mercoledì 10 novembre 2010

'Il mondo delle cose senza nome' di Daniela Rossi

Di seguito proponiamo un estratto del romanzo.

Magazine - Sono otto anni che ci sei, molti di più che ti penso.
Da bambina guardavo gli occhi fissi delle bambole e sentivo che eri già nella mia vita, fermo ad aspettarmi in un giorno lontano.
Non ho mai immaginato che saresti stato un bambino sordo, non ho mai pensato alla sordità prima di te e ti sono venuta incontro attraverso i miei amori, cercando il tuo viso e i tuoi capelli, fino a trovare tuo padre.
La prima volta che ti ho visto eri capovolto, rosso cupo, appeso al cordone del tuo ombelico.
Non piangevi, ricordo un vagito da anatroccolo, uno soltanto. Eri così piccolo, rugoso, con il viso scuro scavato dalla fatica di nascere e le mani blu per il freddo.
Non avevo mai visto un bambino così.
A questo pensavo avvicinandoti al seno, ma in quel momento hai teso la testa all’indietro e hai trovato i miei occhi.
Serissimo, attento, immobile, mi hai guardata come se avvertissi i miei pensieri, come se di nutrirti non ti importasse niente se non mantenevo la promessa di amore che ti avevo fatto per tutta la vita.
Tu e i tuoi occhi, catapultati in quella stanza d’ospedale, eravate stupefatti e consapevoli e all’improvviso ti ho amato completamente perché ti ho riconosciuto.
Arrossato, sfinito, identico a me.
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Quali suoni hai potuto ascoltare i primi mesi che abbiamo vissuto insieme?
Parlavo, cantavo, inventavo nomi per le tue dita che si muovevano leggere come alghe, sceglievo musiche che accompagnassero i tuoi giochi.
Più di un anno siamo andati avanti, io e il mondo, prima di scoprire il muro di vetro che ti circondava.
Non era facile accorgersi di non poterti raggiungere.
Abbracci di latte ti avevano trasformato in un sorriso innamorato, in uno sguardo che raccontava ogni pensiero molto prima che io aspettassi le tue parole.
Parole che non potevi imparare perché la mia bocca si muoveva muta sopra di te, come quella di un grande pesce.
È difficile ricordare i primi sospetti.
A volte avvertivo un’ombra rapidissima che disturbava la mia attenzione ma ancora non si trattava di un pensiero preciso, di una domanda che chiedeva risposta.
Eri così felice, curioso, innamorato del mondo e tutto dentro di me tornava al suo posto.
Aspettavo il giorno in cui avrei intuito, tra i pochi suoni che emettevi, l’affacciarsi di una parola.
Intanto continuavo a vegliare sul tuo riposo evitando di fare rumore e ti parlavo di fronte, com’è normale con i bambini piccoli.
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Spingendo il tuo passeggino entro nello studio dell’otorino milanese.
Sei ancora addormentato.
Quando ti sveglierai per molto, molto tempo non sarò più la mamma che conoscevi.
“Questo bambino è sordo profondo”.
Come la coda di una lucertola continua a muoversi per alcuni secondi dopo che è stata tagliata, così ho continuato a parlare e a guardarmi intorno.
“Che prospettive ha?” domando impassibile rovesciando ghiaccio e cemento sul cratere delle mie emozioni.
E sto parlando di te.
Di te che prima di entrare in questa stanza avevi tutte le fate e le stelle del mondo ad accompagnarti e all’improvviso mostri il tuo volto sconosciuto come il lato oscuro della luna e non so più se potrai parlare, viaggiare, studiare, mangiare il gelato con i tuoi amici, ridere al cinema, innamorarti.
L’anestesia del mio stordimento sta per finire.
Sento arrivare il dolore, un male terribile e potente che parte dal cuore e mi graffia feroce.
Devo affrontarlo subito e non averne paura o avrò paura di te.
Di te che sei mio figlio senza le mie parole. Questo capovolge il mondo, scaraventa lontani, fa provare orrendi attimi di estraneità per lo strazio e l’assurdo di scoprire che la voce che ti ha detto amore ogni giorno è scomparsa dal tuo cuore.
Ho bisogno di stringerti, di credere che mi hai sentita comunque che sono riuscita ad amarti con gli abbracci, la pelle, il sorriso, l’odore dei capelli e che mi ami anche tu.
Ho paura Andrea, ma la allontano da noi.
Ti prometto il sole e tutto quello che ho.
I primi giorni a casa niente è come prima.
Cerco di immaginare i tuoi pensieri come una sequenza di figure senza parole e odio i miei che infilano sillabe veloci come vagoni di un treno.
Cerco la tua sordità nelle immagini registrate con la telecamera, le guardo per ore e adesso la vedo. Mi accorgo che ti stava addosso nel lettino, sul seggiolone, tra le mie braccia, alla festa del tuo compleanno.
Compro decine di libri, nella speranza di comprendere cosa sia meglio fare, la vita che potrai avere, ma in tante pagine contraddittorie, scritte da persone di differenti opinioni ed esperienze, non riesco a trovare noi.
Mi sto accorgendo di quanto il mondo della sordità sia ricco di variabili, sfumature, soluzioni alternative, rischi e possibilità.
Ogni persona sorda ha una storia differente a seconda delle residue capacità di ascolto, della predisposizione ad utilizzarle, della qualità degli apparecchi acustici, dell’atteggiamento della famiglia, del rapporto avuto con le logopediste, di un’infanzia trascorsa serenamente o avvelenata dalle difficoltà, delle esperienze avute con i compagni e gli insegnanti.
Io voglio che nessuna strada ti sia preclusa e che tu sia sereno.
Non rinuncerai ai giochi e alla spontaneità dell’infanzia per scommettere sulla vita adulta.
Se parlerai sarà per emozione, desiderio, piacere e sento che non è un’utopia.
Davanti a te, che il mondo guarda come un bimbo smarrito, io trovo il centro esatto dell’universo.
Mi basta respirare, far tacere la mente che come un vecchio disco scandisce il tempo e gracchia obiettivi da raggiungere.
Allora allontano il fantasma di quello che dovresti essere e resto incantata a guardare chi sei.
La prima persona della mia vita che non mi fraintende mai e avverte ogni mia emozione, che mi fa accorgere dei miei limiti senza indicarmeli, semplicemente essendo migliore di me.
Anche se non conosci la filastrocca dei mesi, le regole dei giochi con le carte, le parole delle canzoni, i versi che fanno gli animali.
E mentre a casa scopro ogni giorno la tua grandezza, fuori vedo persone piccole, mai sfiorate dal dubbio.
Stilano reboanti relazioni, caricature di interpretazioni psicoanalitiche. Senza sapere nulla di noi e della nostra vita immaginano di poterci definire.
Prima che nasca il tuo linguaggio dovrò dissolvere il mio e tornare, come quando ero piccola, a sentire le cose come fai tu.

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