Magazine Lunedì 8 novembre 2010

'Il bambino che sognava' i cavalli di Pino Nazio

Magazine - Pino Nazio è un giornalista. Autore di Chi l’ha visto, è anche sociologo, e si occupa da tempo dei rapporti tra la mafia, la televisione, l’alimentazione, la politica ed i bambini. Sarà per questo che da una conversazione con Santino Di Matteo, mafioso, ma prima di tutto il padre di Giuseppe, il bambino fatto sciogliere nell’acido da Giovanni Brusca, gli è nata l’attenzione.

Il bambino che sognava i cavalli (Sovera Edizioni, 2010, 384 pp, 19,50 Eu) è la storia di quel sequestro, realizzato dalla mafia per cercare di fermare il pentitismo.
Si pensava che rapire il figlio di un infame avrebbe rallentato l’assedio a Cosa Nostra. Totò Riina era una fiera con il sangue impiastricciato, il suo sapore acre di metallo, e tutti sapevano che prima o poi li avrebbe perduti tutti.
Il sequestro di un bambino è la prima violazione a quel codice millenario. I pentiti in realtà non sono stati lo strappo alla regola, ma una reazione fisiologica ad una sua applicazione che ormai era diventata incontrollata e, soprattutto, incontrollabile.

Giuseppe era un bambino solare, che stava a cavallo della vita.
Viene rapito e rinchiuso dentro un bunker per 779 giorni, fino alla fine. Cambiano i luoghi del sequestro ma lui sta sempre sotto il cemento, senza luce, all’umido, sopra un pagliericcio che punge, con gli occhi rossi rivolti al soffitto, privato all’improvviso dell’attività fisica come del pane.
Gli portano qualche rivista, lo trattano come un cane senza padrone.

Franca, la madre, è una donna riservata, religiosa, che muore già quando capisce chi è il marito, e scompare dalla vita civile quando realizza il rapimento di Giuseppe.
Il nonno è convinto di risolvere tutto da uomo d’onore. Non capisce che il tempo dell’onore è andato. Ha virato in tragedia, in grottesco, in sangue e merda.
La mafia suda di paura. Quando le forze di polizia arrivano ad un centimetro da Brusca, nell’Agrigentino, trovano sul comodino l’ultimo libro di Giovanni Falcone, Cose di Cosa Nostra, quello scritto a quattro mani con Marcelle Padovani, ed il segno indica un brano dove si parla della solitudine.

Sarebbe bastato poco, alla mafia di quel tempo, per saltare il buio. Sarebbe bastato liberare quel figlio di un pentito per affermare la propria intima forza. Uccidere quel cagnuleddu, come lo chiamò Brusca quando apprese di essere stato condannato all’ergastolo, fu il segno della fine. E l’inizio del caos.
Il sequestro di Giuseppe ha segnato le coscienze dei magistrati, poliziotti, avvocati che hanno assistito al racconto di quell’omicidio:gli avevano scempiato la luce del giorno, sottoterra, e poi l’acido. Le persone che hanno ascoltato erano quasi tutti padri di famiglia. Sono invecchiati tutti, o quasi, in quella notte maledetta, fatta di ore che non finivano mai come la paura.

Pino Nazio ha abbracciato un bambino solo, ma lo ha fatto con delicatezza estrema, senza fargli male. Dentro il libro c’è un capitolo chiuso, quello dell’orrore. Chi vuole può non leggerlo. Ma chi vuole sapere, può tagliare quelle pagine ed aprire il capitolo tacciato da alcuni di furbesco marketing scambiando per ambizione economica ciò che resta un tentativo di non dimenticare la crudeltà, quando è soprattutto inutile.
Il libro è dedicato a tutti i mafiosi che avrebbero potuto fermarsi prima, prima della linea identificata dalla palma di Sciascia, e prima dell’abisso in cui la mafia ha visto i propri occhi abbuiati dallo spavento. Con la morte di Giuseppe Di Matteo la mafia ha smesso di far paura e si è trasformata in imperdonabile pantomima.

di Alberto Pezzini

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