Magazine Mercoledì 27 ottobre 2010

Enrico Brizzi: 'La vita quotidiana in Italia ai tempi del Silvio'

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Magazine - Cosa stiamo vivendo? Come siamo arrivati fin qui e attraverso quali strade? Enrico Brizzi ripercorre - con il piglio scanzonato e puntuto che gli è proprio - gli ultimi 30 anni di vita nel BelPaese. In La vita quotidiana ai tempi del Silvio (Laterza, 2010, pagg. 320, 12 Eu) ci sono la cronaca e il colore che segnano il recente passato, intervallati dalle normalissime quanto emblematiche vicessitudine di una famiglia, quella dello scrittore. A fare da specchio - compiacente, distorto o irridente - al passare degli anni, la televisione. L'unico elettrodomestico degno di un soprannome e abbastanza potente da farsi focolare.

È con emozione mascherata da aplomb professionale che compongo il numero di Enrico Brizzi, sto chiamando uno degli autori che hanno segnato la mia adolescenza. Avevo 12 anni - aiuto!- quando Jack Frusciante è uscito dal gruppo per arrivare sui miei scaffali. Troppo piccola per approcciarlo? Sia mai. L'ho letto, capendoci poco, ma immaginando molto. Una cosa è certa, a Brizzi tacerò che non l'ho più ripreso in mano per paura di apprezzarlo meno.

A scorrere le pagine del libro, emerge un ritratto a tinte fosche dell'italiano medio, la citazione che apre il libro è del regista Mario Monicelli "Gli italiani sono fatti così: vogliono che qualcuno pensi per loro. E poi... Se va bene, va bene. Se va male, ecco che lo impiccano a testa sotto. Questo è l'italiano.", un altro giudizio tranchant è il tuo: "La vera abilità (dell'italiano n.d.r) è quella di ottenere il massimo non mettendo mai in gioco niente più del dovuto". Siamo davvero messi così male?
«L'Italia è un paese giovane, pieno di errori, disfunzioni, ha alle sue spalle solo 150 anni di storia unitaria. In Europa ci sono nazioni che sperimentano l'unità da centinaia di anni. Il nostro paese è incapace o inadatto a far convivere esigenze e bisogni diversi, un problema tipico della gioventù. Anche gli italiani vivono lo stesso problema, legati come sono a particolarismi e regionalità di cui pagano il pegno. E poi c'è la classe dirigente, espressione di una realtà sociale e culturale povera, che riproduce i problemi invece di eliminarli».

La gente sente il bisogno di un cambiamento o no?

«Nel corso del mio viaggio lungo lo stivale (n.d.r dall'Alto Adige alla Sicilia) fatto in occasione del centocinquantenario dall'unità non ho visto un paese molto diverso da chi lo rappresenta. Dal Nord al Sud si ascoltano critiche serie, non tendenziose, che restano inascoltate. Come se fossimo immersi in una realtà che si riproduce. Ho una convinzione, quella che gli italiani siano stati nel tempo distolti dai problemi autentici, semplici ma insormontabili, come ad esempio lavorare e guadagnare per mantenere la famiglia. Fra i mezzi attraverso cui la sottrazione è avvenuta c'è la televisione».

Nel libro tu ripercorri la storia del paese attraverso la trasformazione della tivù. Un' intera generazione - da come la descrivi - pare rovinata. Ma è davvero così?
«Ti ricordi quando a scuola ci si raccontava la puntata di Holly&Benji o Lady Oscar del pomeriggio precedenti? Tutti l'avevano visto eppure il rito resisteva. Poi la tivvù è cambiata, ha iniziato a parlare di se stessa e tutto si è involuto, diventando una droga. Capiamoci, come tutte le droghe regala emozioni, ma ha anche pesanti conseguenze. Ricordi Beverly Hills 90210? Quel telefilm è emblematico: erano gli anni '90 e - anche se vivevi a Concorezzo - sentivi il bisogno di assomigliare a Dylan e Brenda.
La televisione di oggi non è di certo migliorata, anzi. Oggi la vita ha la forma della televisione, e così la politica. Se fai un salto in un locale, è lampante: si atteggiano tutti come fossero famosi. In caso sia impossibile, bisogna essere fighi a tutti i costi».

Veniamo a Silvio, il suo nome entra addirittura nel titolo del libro
«Entrando in politica, Silvio ha usato i meccanismi televisivi. In più da sempre, l'italiano è affascinato dal potere forte. Basti pensare agli esempio della storia italiana. Come dice Monicelli, piace demandare ad altri la responsabilità della salvezza propria e altrui. Io sono convinto che ci sia del pericolo in questo: il paese non ha bisogno di un uomo della provvidenza, quanto di qualcuno che dia il buon esempio. D'altro canto, non credo che i politici siamo molto peggio dell'italiano che mi supera strombazzando o di quello che parcheggia dove non dovrebbe...»

Uno scenario che non ha sprazzi di luce? Non arriva la primavera? E le nuove generazioni?

«I sondaggi dicono che il consenso del Silvio sta calando, ma ciò non significa che qualcun'altro trovi spazio. L'opposizione si dimostra debole, intrallazzante. O peggio, ripercorre la strada del mito dell'uomo benedetto, si tratti di Vendola, Di Pietro o Fini. La sinistra sta vivendo una fase di sbandamento che non risponde alle esigenze del paese, né le interpreta.
Ho scritto questo libro per raccontare alle mie tre figlie e alla mia nipotina cosa è successo in Italia dagli anni Ottanta a oggi, come si è arrivati fin qui, nella speranza che questo momento sia ormai alle spalle».

di Lorenza Delucchi

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