Concerti Magazine Mercoledì 20 ottobre 2010

Tiziano Ferro: trent'anni e una chiacchierata con papà

Mercoledì 20 ottobre esce in libreria il libro di Tiziano Ferro, Trent'anni e una chiacchierata con papà (Kowalski, 400 pagg., 16 Eu).
Con questo volume autobiografico il cantante si racconta al suo pubblico attraverso le pagine dei diari che ha cominciato a scrivere nel 1995.

È di poche settimane fa il coming out di Ferro, che in un'intervista a Vanity Fair ha dichiarato ufficialmente la propria omosessualità. Nel libro vuole parlare di sé senza filtri, non solo con i suoi fan ma anche con se stesso.

Vi proponiamo il primo capitolo del libro.

Magazine - Questo libro è dedicato
a chi non è come la neve

Martedì 23 febbraio 2010, 12.53

Volo Roma-Londra.
Sto scrivendo la pagina più importante di questo quaderno cominciato tanti anni fa per contenere il mondo che ho dentro, quello del quale non avrei mai parlato al mondo
che è fuori.
Due giorni fa ho compiuto trent'anni e credo di aver mosso il primo vero passo d'amore verso me stesso. Ho parlato con mio padre.
Non mi vergogno ad ammettere di averlo fatto, probabilmente, per disperazione: l'importante era farlo.
Era venuto a prendermi in aeroporto. Arrivavo da Milano insieme ad Andrea e, dopo aver lasciato lui ad Aprilia, quando papà e io siamo rimasti soli, è arrivata la domanda. La più ovvia, innocua, banale domanda del mondo: "Come stai?".
Il "come stai" di chi la risposta se la immagina, ma aspetta e rispettosamente ascolta.
Uno di quei "come stai" dietro al quale vorrebbero irrompere altre mille domande, mimetizzate dal tono dolce di chi ti vuole veramente bene. Dalla tenerezza di quando dici molto meno di quello che stai domandando.
Il tono era preoccupato, circospetto, come sospeso, il tono di chi fa una domanda potenzialmente deflagrante. E io non ce l'ho fatta a far finta di niente e a rispondere "bene".
Non sono riuscito a cambiare discorso in fretta, a raccontare di come sono contento che il disco sia ancora alto in classifica, dell'allegria con cui abbiamo lavorato, di quanto sarà bello tornare a fare concerti in Spagna e di come sto già pensando a un nuovo album e a un tour in giro per il mondo. No.
Forse a trent'anni anni l'istinto di autoconservazione diventa prepotente, e lo spirito adolescenziale di autocommiserazione per fortuna si spegne. O forse i miei giorni di esilio - da me stesso, dall'amore, dalla vita - ormai erano troppi e quel "come stai" ne aveva decretato la fine.
Mi sono guardato dall'esterno e mi sono visto per quello che sono: un uomo solo in perenne conflitto con se stesso, che si condanna per una colpa della quale si è sempre fatto carico soffocando il dubbio che non fosse sua. Perché non c'era
verso, io la vedevo proprio come una colpa.
Chissà come mai, per una volta, ho provato tenerezza invece che rancore verso me stesso. Quale Dio mi ha concesso il miracolo di non vedermi più come il mio peggior nemico?
Credo sia stato il mio Dio, quello che ho pregato con fede per anni, nonostante il timore che il primo a non accettarmi per quello che sono fosse Lui. Il Dio che non ho mai smesso
di interrogare, sforzandomi di credere che - qualsiasi cosa dicano gli altri - Lui ama tutti, sempre e comunque, vittoriosi o sconfitti, felici o disperati.
Fatto sta che Dio era con me nel momento in cui ho confessato: "Non ce la faccio più".
Adesso so che è stato il gesto d'amore più grande che potessi concedermi, ed è vero che l'amore porta amore.
Papà ha capito, non c'è stato bisogno di spiegare niente. Mi ha detto che non dovevo più aver paura, che avevo il diritto di star bene e il dovere di non permettermi il contrario.
E che chiunque mi impedisca di credere che non merito di essere felice deve stare lontano da me, perché è chi odia che ha l'obbligo morale di nascondersi, non chi ama.

L'amore chiama amore. Nelle mie canzoni l'ho sempre scritto, eppure non me ne rendevo veramente conto.
È come se, per anni, avessi chiesto a tutti di amare e di amarsi incondizionatamente. Come fosse una missione, come se sperassi che ci riuscissero almeno gli altri, non riuscendoci io. E dietro ogni canzone c'era un piccolo avvertimento: l'amore per non finire male, per non finire soli, per non finire... come me.
Dovevo arrivare a trent'anni per capirlo, e adesso è così chiaro.
La sera abbiamo festeggiato il mio compleanno. C'era tanta gente e ne avevo voglia.
C'era la musica, il karaoke, ho fatto tutto quello che volevo con chi volevo, e già mi sembrava di guardare tutti con aria diversa.
Non mi interessava più cosa gli altri pensavano di me, mio padre mi aveva detto che chiunque mi giudichi non merita di starmi, di starci, accanto, e io mi ero accorto che aveva ragione.
Perché giriamo il mondo alla ricerca delle risposte che abbiamo a portata di mano? Perché continuiamo a cambiare casa quando "casa" è dove c'è chi ti ama?
Forse perché l'uomo è l'animale più stupido che ci sia, o semplicemente il più fragile. O forse perché è impossibile evitare le salite, i sentieri più impervi e le buche del nostro cammino.
Mi sento così diverso mentre scrivo questa pagina. Per la prima volta non chiuderò il quaderno augurandomi che nessuno lo legga mai. Per la prima volta sono io che voglio farlo leggere a tutti.
Oggi vorrei dire a chi sta male di non aver paura, di cercare con calma le risposte nel passato, ma soprattutto di cercare la comprensione e l'affetto di chi gli vuole davvero bene.
Oggi vorrei prendere tutto il dolore che mi sono portato dentro e raccontarlo a chi è soltanto all'inizio di questo cammino e sta soffrendo.
Gli spiegherei che ci vogliono tempo e pazienza... e poi ancora tempo e ancora pazienza.
Perché non siamo tutti uguali, ed è bene così, e ognuno va avanti a modo suo, con i suoi tempi e i suoi modi.
È vero, imparare ad amarsi è difficile, e questo è quanto.

Bisogna rispettare l'orologio del cuore, prendere le distanze, ascoltare la propria fragilità. È così delicato, il mondo che custodiamo: non si può avere fretta.
C'è un percorso da compiere. Lungo o breve che sia, dobbiamo seguirne le curve, le salite, i tratti più insidiosi, assecondare il tempo e il mutare delle stagioni. E, con fatica, prima o poi qualcosa succederà.
Non sappiamo mai quanto manchi all'arrivo.
Può essere questione di minuti, si può aspettare lustri o ci si può morire.
Io ci ho messo giusto giusto... trent'anni e una chiacchierata con papà.

Copyright © 2010 Kowalski

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