Concerti Magazine Martedì 21 settembre 2010

Lady Gaga dal vestito di carne al comizio gay: il marketing musicale non ha più confini

Magazine - Lady Gaga si traveste da Bono. Se a pensar male si fa peccato ma di solito ci si azzecca, è forte la tentazione di considerare in prospettiva marketing quanto accaduto ieri a Portland, nel Maine, dove Stefani Germanotta ha partecipato ad una marcia di attivisti gay, per poi arringare da un palchetto circa 2000 persone sull'iniquità della legge conosciuta come Don't Ask Don't Tell. Si tratta di un provvedimento che risale ormai al 1993 e che, pur permettendo agli omosessuali di entrare nell'esercito, proibisce l'outing in contesto militare: pena l'espulsione e - molto spesso - violenti episodi di nonnismo.

La Germanotta si è presentata alla marcia con una fluente chioma platino, buffi occhialoni neri e una cravatta a stelle e strisce, secondo il costume tutto americano, ma sempre più globalizzato, di confondere pubblico e privato, celebrità e quotidianità, farsa e politica, quasi si vivesse perennemente in una puntata dei Simpson.
La sua "esibizione", fa seguito al messaggio lanciato agli MTv Music Award e soprattutto al video sul medesimo tema - che sta spopolando in rete e che trovate qui sopra - postato dalla cantante su YouTube.

Naturalmente nessuno mette in discussione l'importanza che l'impegno dei personaggi dello showbiz può avere nel dare risonanza a battaglie sociali come questa, ma non si può nemmeno ignorare il rischio che, se i personaggi non sono quelli giusti e l'impegno non è portato avanti con gli strumenti più adatti, i problemi vengano trasformati in innocui riempitivi mediatici e dunque disinnescati.

Lady Gaga, in particolare, ha ormai da tempo ingaggiato una sorta di battaglia generazionale con il mito di Madonna, che vorrebbe emulare e sorpassare sia sul piano artistico che su quello dell'impatto sociale. E così si finisce per ritrovarsela un giorno alle prese con scandali sessuali da due soldi (il nude look, o vestito color carne, esibito in TV), e il giorno dopo maestra di pensiero progressista alla testa di un comizio gay. E non è difficile pensare, in entrambi i casi, che la scelta del vestito o quella della legge da contestare, siano l'esito di una lunga riunione dello staff pubblicitario.

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