Magazine Giovedì 9 settembre 2010

Mantova: la nostra intervista a Joseph O'Connor

Joseph O' Connor è in Italia per partecipare a Festivaletteratura di Mantova, che 'invade' la città da mercoledì 8 a domenica 12 settembre 2010. Il fil rouge di quest'anno è l'amore per la lettura. Per maggiori informazioni sul festival, leggi l'approfondimento.
O' Connor ha in programma due incontri con il pubblico nella giornata di sabato 11 settembre: il primo alle 15 alla Chiesa Santa Maria della Vittoria nel corso del quale discuterà di patrimonio linguistico condiviso in compagnia di Giuseppe Antonelli e di David Machado. Il secondo si terrà alle 21.00 a in piazza Castello: lo scrittore irlandese animerà un inedito dialogo con Daniele Bresciani. Il costo d'ingresso a entrambi gli eventi è di 4.50 Eu.

Magazine - Sono passati sette anni dal successo di Stella del mare. Addio alla vecchia Irlanda, il romanzo che l'aveva consacrato come uno degli scrittori di punta della nuova scena letteraria irlandese. Oggi Joseph O'Connor ci riprova con Una canzone che ti strappa il cuore (Guanda, 2010, 275 pp., 17 Eu), romanzo ispirato alla vita dell'attrice Maire O'Neill (1885-1952) e alla sua turbolenta storia d'amore con il drammaturgo irlandese John Millington Synge, più vecchio di quattordici anni.
Tra i due romanzi, una manciata di bestseller, traduzioni in 29 lingue, premi letterari e 35 settimane in testa alle classifiche del Regno Unito.
Joseph O'Connor è a Mantova, sabato 11 settembre, presentare Una canzone che ti strappa il cuore, da poco in libreria. Noi l'abbiamo intervistato.

Nel suo ultimo romanzo O'Connor trascura quasi completamente gli eventi biografici per comporre un grande affresco poetico: come suggerito dal titolo originale (Ghost light), la tormentata relazione tra O’Neill e Synge si trasforma in un lungo monologo sussurrato, costruito sul filo dei ricordi di un'attrice ormai vecchia e sola, smarrita per le vie di Londra. Un omaggio all'arte stessa della narrazione.

O’Connor, perché hai deciso di scrivere la storia di Maire O'Neill?
«Oh, non è la storia della vera Maire O'Neill, è un lavoro di finzione che si basa molto poco sui fatti reali. Il romanzo è una storia d'amore tra due personaggi che provengono da due culture e classi sociali profondamente diverse: sentivo come se la storia mi seguisse e chiedesse di essere scritta. Per la mia esperienza, un romanziere non sceglie mai la storia: è sempre la storia a sceglierci».

Che cosa ti ha impressionato di più di lei?
«Beh, è una donna dura, compassionevole e irriverente. Anche divertente, nel suo rifiutare l’autorità. Il libro la segue in due fasi distinte della vita: quando è un'adolescente e innamorata di un uomo difficile e reticente e quando è una vecchia signora vicina alla fine della vita».

Come reagirebbe una donna contemporanea a una situazione simile?
«Questo dipende dal tipo di donna. Sospetto, però, che i patimenti di una donna attratta da un uomo emozionalmente non disponibile siano simili».

Qual è la relazione tra Joseph O'Connor e la sua protagonista?
«Una relazione d’amore. Ho un attaccamento e un rispetto smisurato per la mia eroina. L'ho amata veramente tanto e ho trovato un piacere assoluto a scrivere questo libro. Di tutti i personaggi che ho descritto nella mia carriera, credo che Maire O'Neill, o Molly Allgood, come si faceva chiamare, sia la più simile al mio vero io».(Insomma, diciamo noi, "Madame Bovary c'est moi!")

Alcuni aspetti della trama mi hanno ricordato gli Esuli di James Joyce. Che ne pensi?
«Non ci avevo mai pensato, ma sono un grande ammiratore dell'opera di Joyce. Quand'ero più giovane non mi piaceva granché, ma ora lo leggo con enorme piacere».

E riguardo a Synge, che cosa ci ha lasciato secondo te?
«Come ho detto prima, il romanzo non è la vera storia di Synge. Ma il Synge della vita reale è stato uno scrittore incredibilmente stravagante e sperimentale. Negli anni Settanta in Irlanda era considerato un po' fuori moda, poco trendy. Ora si sta iniziando a considerarlo come un artista interessante e profondamente radicale. Di certo Beckett non sarebbe mai potuto esistere senza la profonda influenza che il lavoro di Synge ha avuto su di lui».

Hai scritto molte storie ambientate nell'Irlanda contemporanea, perché poi hai scelto di guardare indietro al passato?
«Beh, credo che i miei romanzi storici abbiano una rilevanza anche nel presente. Ma l'opinione di uno scrittore riguardo un suo libro è valida soltanto come l'opinione di qualunque altro lettore».

Com'è cambiata Dublino, rispetto a quegli anni?
«Dublino ora è una città moderna e cosmopolita. Ahimé, la gente è anche un po’ smarrita, perché il boom economico degli ultimi dieci anni è prossimo alla fine. E ci stiamo di nuovo scontrando con un'alta disoccupazione e un gran senso di incertezza».

Era più stimolante quel periodo storico o è meglio oggi?
«Sicuramente oggi. Avrei odiato vivere in qualsiasi altro momento. Voglio dire, se potessi prendere una macchina del tempo per vedere i Rolling Stones a Hyde Park a Londra nel 1969 mi piacerebbe, ma per poche ore. Poi vorrei di sicuro tornare al presente».

Il titolo italiano comprende la parola 'canzone'. Cosa significa per te la musica, anche avendo una sorella come Sinead?
«Amo la musica e non posso immaginare un giorno senza. Credo che la persona più triste sia quella che non ha una musica intima dentro di sé. Credo che ogni forma letteraria debba essere musicale, e ci sto sempre più attento come scrittore. Ho costruito i miei ultimi tre libri come se fossero un'opera musicale. Star of the sea e Redemption Falls sono operistiche o sinfoniche. L'ultimo, appena pubblicato in Italia, è più una composizione di musica da camera».

In che cosa credi che gli italiani siano simili agli irlandesi e diversi dai britannici?
«Non conosco abbastanza i britannici per dirlo, ma credo che gli irlandesi e gli italiani condividano l'amore per la vita. Penso che noi irlandesi siamo essenzialmente dei mediterranei, intrappolati in una terra nordica e piovosa».

Qual è il compito più importante per uno scrittore nel terzo millennio?
«Lo stesso di sempre: scrivere sempre meglio, senza curarsi del successo commerciale».

di Matteo Paoletti

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