Concerti Magazine Martedì 10 agosto 2010

Livia Farnese: l'intervista al soprano parmigiano

© Linda Kaiser

Magazine - Livia Farnese è una donna minuta, dallo sguardo penetrante. Capelli rossi sciolti e occhiali scuri, scende da una Mini British racing green vestita completamente di bianco, con un look da cafeteria parigina. E passeggiamo nel Porto Antico, cercando di individuare quale yacht sarebbe più adatto alla sua eleganza. Naturalmente, lei predilige barche a vela vintage, magari a due alberi. Non avevo dubbi.
#BANNER#
Il tuo nome, Livia Farnese, è chiaramente uno pseudonimo.
«Sì, l'ho scelto perché sono una parmigiana pallida. Livia viene dal latino lividus, pallido. Parmigiana perché sono di Parma città, altrimenti sarei parmense».

Però non riveli il tuo vero nome per ragioni professionali.
«Esatto. L’unica altra professione per la quale avrei potuto prendere un nome diverso è la suora di clausura, ma non si confaceva alla mia personalità».

A proposito, come definiresti il tuo lavoro?
«Come dico sempre quando mi voglio divertire: è un lavoro che si fa prevalentemente di notte, in luoghi chiusi, in due o più persone, si indossano in genere strani costumi, si suda molto, spesso sono presenti telecamere e si è supervisionati da un regista… no, non faccio la escort, ma la cantante lirica».

Un tuo ritratto.
«Rossa, ambidestra con prevalenza di mancinismo, nata il 6-9-66. Il 6 settembre è definito dagli autori di Personology 'il giorno del destino imprevedibile'».

Lo senti davvero così il tuo destino?
«Ogni volta che decido di prendere una direzione, ne seguo poi un'altra. Ho deciso di lasciar fare all'anarchia: la mia vita è governata dal caos».

Programma?
«Vivere pericolosamente e morire di una bella morte».

Quando hai avuto la vocazione al lavoro che fai?
«La prima musa è stata Tersicore: ho studiato danza dai 5 ai 15 anni, ma sin da piccola dirigevo sui dischi, soprattutto Wagner e, in particolare, la morte di Isotta».

Sin dall’infanzia ti piacevano le cose facili.
«Sì, i miei genitori mi hanno costretta a studiare dalle suore, ottenendo così un'eretica. Ho frequentato poi le Magistrali, una scuola inutile e lontana dalle mie inclinazioni. Quindi ho sostenuto l'esame di canto al Conservatorio di Parma, contro il volere dei miei, che ritenevano la carriera del teatro come quella di una donna perduta – non che avessero tutti i torti».

Ti eri preparata?
«No, affatto. Non avevo mai studiato una nota, perché cantavo a orecchio. Eravamo 18 candidati, ma diedero a me uno dei tre posti disponibili».

E da allora ne hai fatta di strada.
«Di tratturi, semmai! Molti artisti seguono percorsi accidentati e lunghi giri, ma fare il cantante lirico è una condanna. Devi prestare corpo, voce ed esperienze di vita, perché tu stesso sei lo strumento e questo può creare dei momenti di grande incertezza».

La voce.
«Proprio la voce è una spia implacabile; in un certo senso, è più specchio dell'anima degli occhi. Se hai dei tormenti interiori, la voce li riflette nel bene e nel male: può arricchirsi di colori come una tavolozza o diventare come una tela grigia».

Insomma, siete delicati.
«Anche un po' rompipalle».

In che senso?
«Prova a vivere con qualcuno che è sensibile al troppo caldo e al troppo freddo, al troppo umido e al troppo secco. Che il giorno precedente alla prima tace o scrive biglietti anziché parlare. Dorme molto, evita alcuni cibi e, in generale, sforzi di qualunque tipo».

E il tuo compagno sopporta bene tutto questo?
«Nei periodi in cui non canto mi faccio abbondantemente perdonare».

Il tuo pubblico?
«Il pubblico della lirica e della musica classica in generale è molto particolare. Ci sono ancora i nostalgici vedovi Callas, che costituiscono uno zoccolo duro anche tra i giovani. Si tratta però di una percentuale esigua, perché in Italia manca un'educazione primaria all’ascolto della musica, non c'è formazione, i biglietti per lo spettacolo sono troppo cari, c'è meno denaro per le prove e la qualità ne risente. Inoltre, nel nostro paese si tende alla reiterazione dei programmi».

All'estero?
«Personalmente, ho cantato di più all'estero che in Italia. L'attenzione è maggiore, perché il pubblico spesso è composto da musicisti dilettanti – soprattutto nei paesi di lingua tedesca –, che nella vita fanno una professione diversa. Per averne prova, suggerisco di contare le cosiddette aperture di sipario della Sydney Opera House (che certamente non è la Staatsoper di Vienna) in rapporto a quelle del Teatro alla Scala di Milano e poi di trarne le conclusioni».

Dove ti è piaciuto di più cantare?
«Ricorderò sempre il condotto di una diga in costruzione in Pakistan dove, su invito dell'Ambasciata Italiana, nel 1999 ho cantato ne Le Nozze di Figaro davanti a Musharraf».

E dove canteresti più volentieri?
«Il Metropolitan di New York mi attira molto, ma il sogno proibito è Bayreuth, sebbene Wagner esuli dal mio repertorio».

Miti?
«Per carattere ostico sicuramente Maria Callas, la più grande attrice-cantante del Ventesimo secolo: la sua voce si trascinava dietro in maniera atavica la tragedia greca. Tra i contemporanei, Bryn Terfel è per me la voce maschile più bella attualmente in circolazione».

Personaggi interpretati che hai amato particolarmente?
«Con certi personaggi si istituisce un rapporto di amore-odio, tanto più forte quanto più li approfondisci. Mi piacciono molto le parti di Desdemona, nell'Otello di Verdi, perché musicalmente è un personaggio straordinario, anche se si lascia uccidere senza ribellarsi, e di Madama Butterfly di Puccini, sempre per ragioni musicali».

Un mondo maschilista quello dell'opera lirica, dunque?
«Assolutamente, vetero-maschilista. A parte Mozart, che ne Le Nozze di Figaro si diverte alle spalle dei personaggi maschili e nel Così fan tutte rappresenta protagoniste consapevoli di essere delle scambiste».

Il tuo ruolo?
«Sono un soprano e, come tale, votata a sacrifici inutili per tenori grassi e immeritevoli».

Speranze?
«Almeno una volta avere un tenore immeritevole ma magro. A parte gli scherzi, l'unica mia speranza è che la musica – e l'arte in generale – sopravvivano a questo sciagurato periodo storico e che ci sia una generazione di didatti che trasmetta, in maniera non polverosa e pedantesca, la passione per questo tipo di teatro».

Potrebbe interessarti anche: , Vincenzo Spera: «Serve un programma europeo della musica dal vivo» , Don Ciotti, Bollani e Renzo Piano, esempi per il futuro del Belpaese , Sanremo 2018: Leonardo Monteiro con Bianca. Testo e pagella , Festival di Sanremo 2018, i 20 Big in gara e le Nuove proposte , Umberto Tozzi, 40 anni che Ti Amo Live e il tour

Oggi al cinema

Il complicato mondo di Nathalie Di David Foenkinos, Stéphane Foenkinos Drammatico 2017 Nathalie Pêcheux è una professoressa di lettere divorziata, cinquantenne in ottima forma e madre premurosa finché non scivola verso una gelosia malata. Se la sua prima vittima è la figlia di diciotto anni, Mathilde, incantevole... Guarda la scheda del film