Magazine Giovedì 17 maggio 2001

Byron, il pellegrinaggio maledetto

Magazine - George Gordon Byron nasce a Londra nel 1788, da famiglia nobile gravata da tare genetiche (Byron è affetto da una lesione al tendine che lo rende claudicante) e da debiti (il padre dilapida il patrimonio familiare e muore quando il bambino ha tre anni).

La sua educazione è affidata a una madre violenta e a una tutrice calvinista che lo inizia alle idee calviniste di predestinazione al peccato ed alla dannazione e gli procura i primi turbamenti erotici.

Nel 1798 eredita il titolo di Lord e la tenuta di Newstead da un prozio, cosa che gli permette di studiare a Harrow e a Cambridge. Non è uno studente modello, preferisce il gioco del cricket e svaghi occasionali come i balli in maschera. Nel 1807 pubblica Poems on Various Occasions (in seguito cambierà il titolo in Hours of Idleness) che gli guadagna una certa fama. L’anno successivo occupa il seggio nella Camera dei Lords. Ma è inquieto e decide di partire per il grand tour, il viaggio di iniziazione di ogni rampollo di famiglia nobile.

Visita Portogallo, Spagna, Albania, Grecia e Medio Oriente, e concepisce il Childe Harold’s Pilgrimage, una guida emozionale dei paesi visitati che ha grande successo. Ai primi due canti fanno seguito, tra il 1813 e il 1816, una serie di novelle. I temi avventurosi e melodrammatici e l’ambientazione esotica soddisfano i gusti dei lettori e alimentano il mito di Byron, al quale vengono attribuite le avventure dei suoi personaggi.

Nel 1815 sposa Anne Isabelle Milbanke, ma il matrimonio fallisce molto presto per la violenza e il comportamento libertino del poeta. Byron viene accusato di avere una liaison incestuosa con la sorellastra Augusta e lo scandalo lo travolge.

Amareggiato, il poeta decide di lasciare nuovamente l’Inghilterra, e questa volta per sempre.

Nel 1816, in Svizzera, incontra Percy e Mary Shelley e li ospita a Villa Deodati, dove li sfida alla tenzone gotico-letteraria che porterà alla nascita del Frankenstein. Assieme a Mary c’è anche la sorella Claire, che ha con Byron un rapporto che lui afferma essere più subito che cercato. Infatti non vorrà più rivederla, anche dopo che lei gli ha dato una bambina, Allegra. Il poeta, che ormai si è trasferito in Italia, è entusiasta della paternità e prende con sé la figlia, salvo poi relegarla in un collegio del ravennate, dove morirà a cinque anni.

L’Italia gli piace, ma medita di partire, magari per il Venezuela. Scrive nella lettera a John Murray, in mostra a Viaggio in Italia: “Partirei con la mia figlia naturale Allegra […] non è che sia stanco dell’Italia, ma qui un uomo deve essere un cicisbeo, un cantante di duetti e un intenditore di opere o nient’altro […]. Meglio essere un piantatore inesperto, un colono maldestro […] che passare la vita ad adular strimpellatori e fare il custode del ventaglio d’una donna”.

Ma poi si appassiona alle istanze rivoluzionarie, vede fallire il suo impegno a favore della carboneria e decide di votarsi alla causa greca.

Parte inseguendo miti classici (nel bagaglio ha “tre elmi di foggia vagamente omerica forgiati su misura a Genova”) e ambizioni di leadership morale della rivoluzione, ma muore di febbre a Missolungi, nel 1824, pima ancora di avere il tempo di intraprendere una qualsiasi azione. Questo non impedirà al mito byroniano di arricchirsi dell’elemento tragico dell’eroe romantico che muore per una grande causa.


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Contributo bibliografico: Viaggio in Italia. Un corteo magico dal Cinquecento al Novecento, catalogo della mostra (Electa).

di Donald Datti

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