Magazine Mercoledì 16 maggio 2001

Byron, l'Italia nel destino

Byron giunge in Italia nel 1817. È già famoso, nonostante debba ancora scrivere il suo poema più grande, il Don Juan, satira epica in ottava rima che comincia a Venezia nel 1818.

L’Italia è per il poeta un porto di quiete, una meta nella quale concludere le proprie peregrinazioni lontano dalla patria Inghilterra che lo ha allontanato per indegnità morale. In proposito scrive: “Se io avessi qualche prospettiva in questo paese [ovvero in Inghilterra], sarebbe probabilmente parlamentare. Ma non ho ambizioni; o almeno, se ne avessi, si tratterebbe di aut Caesar aut nihil. Le mie aspirazioni si limitano alla sistemazione dei miei affari, e a stabilirmi in Italia o in Oriente (preferibilmente quest'ultimo), abbeverandomi fino in fondo alla lingua e alla letteratura di entrambi... gli avvenimenti passati mi hanno snervato, e tutto quel che posso fare ora non è che trasformare la vita in divertimento e far da spettatore mentre gli altri recitano”.

La prima tappa è Roma. La città dei papi, nella quale sosta solo pochi giorni, provoca la sua indignazione: un uomo moderno, edonista e romantico come lui, non può apprezzare la capitale del classicismo e della religiosità più assurdamente bigotta.

Byron comunque apprezza moltissimo la magniloquenza artistica di Roma, tanto che, nel IV canto del Childe Harold's Pilgrimage (probabilmente il migliore) scrive: Oh Roma, mia patria! Città dell'anima!.

La tappa successiva è Venezia, che lo conquista con la sua atmosfera licenziosa e decadente. Ma della città lagunare il poeta apprezza anche la grandezza storica: scrive infatti due tragedie sullo sfondo della Repubblica, Marino Faliero e The two Foscari. A Venezia conosce Teresa, moglie diciannovenne dell’anziano Cavalier Guiccioli e figlia del conte Gamba di Ravenna. La segue a Ravenna. Qui visita la tomba di Dante. Ma qui muore anche sua figlia Allegra di cinque anni, avuta da Claire, sorella di Mary Shelley. Si appassiona poi alla causa della carboneria e partecipa ai moti contro gli austriaci nel 1821, sovvenzionando la società segreta I cacciatori americani.

Sventata l’insurrezione, i Gamba vengono esiliati a Pisa, e Byron di nuovo segue Teresa, rimasta vedova.

A Pisa prosegue la sua attività politica, progetta un foglio da scrivere assieme a Shelley. Lascia Pisa in seguito alla morte dell’amico nel mare di Viareggio. L’ultimo atto è assistere alla pira funebre sul litorale versiliese (vedi Leggi l'articolo ), dopodiché parte per Genova, dove sosta qualche mese prima di partire per l’ultima tappa del suo pellegrinaggio, la Grecia (in proposito vedi Leggi l'articolo ).
di Donald Datti

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