Magazine Giovedì 17 giugno 2010

Alice nel paese della vaporità

Magazine - Se tu vedi un dio smembrato
E violenti cincillà
Stai pur certo che hai fumato
Della gran Vaporità.

La Corona è marcia e vecchia
Buckingham è catapecchia
Falli fuori con piacere
La Regina e il giardiniere.

E se vien l'Autorità,
Schiavi bui della Corona,
Fuggi via bella bambina,
Fuggi fuggi via di qua.

[F. Dimitri, Alice nel paese della vaporità]


Il suo primo romanzo, La Ragazza dei miei sogni, incontrato quasi per caso, mi ha colpito; Pan è stata una delle migliori cose lette negli ultimi anni, tanto da diventare lettura, regalo, consiglio per molti amici e conoscenti: sono passati due anni e finalmente è arrivato in libreria il nuovo romanzo di Francesco Dimitri.

Francesco è uno dei pochi scrittori capaci di presentarti un mondo impossibile rendendolo non solo verosimile, ma vero, tangibile come lo è l'aria di Genova fuori dalla mia finestra, il rumore del traffico o il cielo di un grigio sbagliato, che annuncia tanta pioggia e poca estate, ed è estremamente stimolante parlare con lui perché è appassionato, curioso e con una gran voglia di condividere la storia di Alice, di come abbia smesso, dopo otto anni di gestazione, di essere una sua creatura, per diventare compagna di viaggio dei suoi lettori; così tanto libera che nel sito a lei dedicato da Salani, oltre alla possibilità di leggere il primo capitolo, c'è uno spazio dedicato proprio ai lettori, invitati a giocare con gli ambienti e i personaggi del libro reinventandoli persino, attraverso scrittura, poesia, fumetti, a patto che il tutto venga fatto senza fini di lucro.

Francesco, da circa due anni vive a Londra, dove si è trasferito un po' per concludere Alice, ma anche – mi confessa - «perché l'Italia è un posto che non mi diverte troppo, in questo momento; Londra invece pur non essendo un paradiso e anche se su alcune cose ti costringe a indurirti più di una grande città italiana ha un'energia, un senso di possibilità, davvero unici. Preferisco stare in un posto in cui ho intorno carne viva, che mi stimola, mi interessa, mi tiene sveglio e soprattutto che mi rende umile. Londra mi costringe al confronto con realtà tanto brutalmente diverse da farmi interrogare di continuo. E poi ci sono boschi senza palazzine dentro e per me questo è un bonus mica da poco».

Con la sua Alice Liddell, Francesco, dopo aver stregato il lettore con la Meraviglia di la Romachenoncè di Pan, torna alla sua idea di mondo attraverso l’interazione tra i tre Aspetti, già noti ai suoi lettori: Carne, Sogno e Incanto, approfondendoli, chiedendo una grande partecipazione al lettore: «Alice è un libro che chiede molto, in termini di fiducia e di partecipazione, perché – aggiunge - non è il lettore che entra nella storia, come in Ende è la storia che esce e ti dà un morso».

Alice, non è un libro per ragazzi, «anche se – racconta - ho ricevuto e-mail di lettori tredicenni che non hanno avuto nessun problema a partecipare, né a leggersi le parti più metafisiche», perché dotati di un'apertura alla magia, quella che permette di credere così tanto a Babbo Natale da non metterne in dubbio l'esistenza, che da adulti viene meno: «Io credo che Alice ti possa piacere solo se capisci che faccio sul serio, e a quell'età dai per scontato che uno scrittore faccia sul serio».

Il libro è un gioco di specchi - «specchi che riflettono specchi creando un abisso. mise en abime la chiamano i semiologi francesi» - capace di indurre nel lettore uno stato di incertezza, di vertigine, su cosa sia realmente reale, una situazione in cui vale la pena naufragare per scoprire quanti strati possano convivere in un solo romanzo.

Il primo strato è quello della trama: Alice è una ragazza con una storia parecchio ingombrante alle spalle, un'antropologa non refrattaria all'azione, che, annoiata da quanto la circonda, decide di abbandonare la sua Londra, una Londra steampunk – un genere che fa incontrare fantascienza ed età vittoriana - per inoltrarsi nella Steamland, una zona esterna alla città, dove vengono raccolti gli scarti della stessa, e nel quale tutto è Vaporità: una sostanza prodotta dalla tecnologia londinese, un allucinogeno secondo alcuni, il più potente che ci sia, un mutageno, ma anche densa abbastanza da poter essere cavalcata.
Leggiamo di Alice e conosciamo Ben, un ragazzo del XXI secolo, sofferente della Sindrome di Alice, una malattia che induce nel paziente una distorsione della realtà, privandolo della capacità di percepire il proprio corpo e quanto lo circonda. La nebbia che Alice ha intorno, Ben ce l'ha dentro.

In un altro strato c'è il viaggio, intrapreso dai due protagonisti, separati dallo spessore di una pagina. Alice incontra personaggi intesi, definiti soprattutto dalle loro azioni; la Steamland non è il paese delle Meraviglie, il coniglio Bianco non è simpatico, ma il tutto è carico della Meraviglia di cui Dimitri si conferma ottimo narratore. Il legame con il classico di Lewis infatti è sfiorato con la grazia che solo di chi lo conosce bene potrebbe fare, e come in Pan la fonte ispiratrice non è un vincolo, ma un'occasione, un Deja-vù vestito di vaporità.

Poi arriva l'abisso di specchi, un gioco di ombre in continuo divenire: ti accordi che mano a mano che ti avvicini o ti allontani cambiano anche le cose che percepisci, Alice è una critica feroce verso una certa Accademia, schiava di dogmi, verso un mondo che emargina il diverso perché incapace di comprenderlo.
Scopri che la Vaporità è quasi un invito a interrogarsi sul cosmo, sulla capacità che abbiamo di percepire il mondo e che non sono importanti le risposte che potremmo trovare, ma le domande che ci poniamo.
Infine è soprattutto un bel romanzo, di quelli da leggere e rileggere, consigliare, condividere o regalare, e che si fa apprezzare dalla prima all'ultima pagina, copertina compresa, un lavoro eccellente, realizzato da Paolo Barbieri.

di Martina Guenzi

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