Magazine Venerdì 4 giugno 2010

'Asino che sei', il nuovo libro di Luca Goldoni

Magazine - Era scomparso da un po'. È il giornalista che più di ogni altro – siamo franchi – sa cogliere una zona interiore dove il lettore si intana come un gatto mammone dentro un plaid. È Luca Goldoni, lo scrittore giornalista di Scusate il ritardo, Cioè, Non ho parole, Viaggio in provincia. La sua dote più evidente: una austera semplicità. Parla e scrive, soprattutto, come mangiamo tutti noi, con una punta di ironia molto spesso intinta dentro un buon senso che rassicura. Con gli anni ha sviluppato una sensibilità molto fina per gli animali, per cui aveva già avuto una propensione negli anni in cui la sua penna compariva con maggior frequenza sul Corriere della Sera, per esempio.

In Asino che sei (Mursia, pag. 143, 12 Eu) Luca Goldoni ritorna ad incantarci con la sua lingua di casa, che sembra sempre impastata con una farina grezza, buona da mangiare. E ci racconta di tanti episodi legati agli animali, quelli suoi, e quelli che una vita gli ha fatto incontrare. Dal coniglio con le palle perché le aveva sul serio (era una Nuvola e poi lo scoprì Nuvolo), al gabbiano che scorta l'uomo in mare aperto grazie ad una vista acuminata come un fioretto sottile sottile, all'asino tante volte irriso, messo in croce, e sfruttato altresì per coglionare gli umani mentre possiede in realtà una sensibilità ai limiti del paranormale.

Ci sono anche gli episodi che inteneriscono e fanno pensare: quando non riuscì a decollare perché uno stormo di gabbiani aveva scambiato la pista di atterraggio per una colonia. In quei casi ti fermi un istante e pensi: siamo nel 2000 e rotti, abbiamo una tecnologia sofisticata, eppure i nostri aerei devono stare fermi se una nuvola di gabbiani occupa la pista come un proprio territorio. Quando ad un certo punto vide una sagoma velocissima saettare fuori da un finestrino, capì che la cavalleria era arrivata: i falchi, il terrore di ogni volatile. Rapidi, silenziosi, micidiali, hanno nel becco e nell'occhio serpigno una capacità di sferrare colpi come rasoiate imperdibili. Così, a volte, gli aggettivi prendono un colore ed una tendenza modaiola che non ti aspetti: e Goldoni nell'uso della lingua italiana, e nelle sue malattie tumorali (del tipo un attimino od altre delizie) è un vendicatore inflessibile.

Chissà se si è dedicato agli animali perché ormai aveva scandagliato gli umani, i noi fino alla nausea. Di certo è che dentro queste pagine passa uno zoo di animali, sì, ma con i tic di tutti noi. Il cane lasciatogli dall'amico, perché deve farsi due settimane nei fiordi norvegesi, viene accolto come uno di famiglia e lasciato in libertà, all'aperto, senza gli orari ferrei delle pisciatine cronometrate. Quando l'amico torna, l'amico dell'uomo stenta parecchio ad abbracciare il padrone redivivo, anzi cerca quasi di evitarlo. Scena di imbarazzo con l'amico che non la prende mica bene: quasi avessi voluto insidiargli la donna, commenta Goldoni.

Oppure, durante una notte di tregenda quando la pioggia scroscia sulle finestre e non sai più distinguere le cime degli alberi dal terreno, un fulmine rischiara il cortile, e lì il grande Luca, il giornalista che ha visto guerre ed ha volato su aerei supersonici, viene preso da una commozione che sfiora e penetra dentro qualunque cuore anche se di pietra lavica: il suo Full, un magico pastore tedesco sfida gli elementi con in mezzo alla zampe la gatta di casa. Che poi è quella a mettere su un muso spesso due dita quando Full resta invischiato in un torrido amore canino e lei – la gatta della tempesta – fugge per qualche mese per poi tornare quando la seduttrice è scomparsa lasciandosi dietro un cuore canino uggiolante. Riesce difficile dire che un giornalista come Goldoni possa avere in qualche modo dato dei volti umani agli animali incontrati: sono loro – in realtà – che si prendono le nostre manie, va bene, i nostri tic o le nostre abitudini ma hanno comunque – innato – il sentimento che certi gesuiti sostenevano non potesse covare dentro i loro cuori animaleschi. È quello che li fa apparire umani, o più simili a noi, e quindi anche un poco più soli.

Gli uomini intelligenti, o spirituali vedete un po' voi, amano fare i conti con gli animali. Ma non per quel luogo comune oggi consumato come un pneumatico per cui si dice che sono meglio degli uomini. Forse anche un po' per quello, ma soprattutto perché dentro gli animali si avverte un circuito di sentimenti talmente puri da essere sfacciati. E quindi ci si lascia andare senza scudi, senza riserve, perché tanto sai che anche un asino – a volte – avrà sempre una carezza infinita da regalarti. Senza chiederti in cambio nulla. C'è da guadagnarci anche a scriverne, tutto sommato.

di Martina Guenzi

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