Magazine Venerdì 21 maggio 2010

'Il magazzino delle alghe', il nuovo libro a cura di Marino Magliani

Pubblichiamo il primo capitolo di Il magazzino delle alghe, il nuovo libro a cura di Marino Magliani. La storia di un postino ossessionato da un editore. Il brano che pubblichiamo è l'estratto di una lettera che il postino manda all'editor della storia.

Magazine - Padova, 22 febbraio 2009

Mi creda, ottimo Giulio, non avrei mai preso in mano la penna per scrivere su questo bustone il suo indirizzo, che, inutile dirlo, conosco a memoria, se non fosse che anch'io oggi ho ricevuto posta.
Leggo che mi mandano in pensione e trovo quanto meno bizzarro comunicare a un postino che da tal giorno non fa più il suo lavoro attraverso la posta. Lei, Giulio, non lo trova bizzarro?
La lettera dei miei capi è partita la settimana scorsa, le cose che ho annotato qui sotto, invece, sono pronte da tempo, alcune da anni, già che man mano che portavo la posta a lei, Giulio, segretamente portavo avanti anche questa rubrica.
Del resto era da un po' che conoscevo la data della mia pensione e ho avuto tutto il tempo per preparare ogni cosa nei dettagli. Le scrivo, dunque, perché di una cosa ero e sono persuaso: ed è che il nostro rapporto, dal momento in cui tra me e lei non ci sarà più di mezzo il servizio della posta, si dovrà per forza interrompere. Da parte mia cesserò di mettere nella sua buca delle lettere (bocca allargata apposta dal fabbro si direbbe per ingoiare i tre o quattro bustoni come questo che lei riceve al giorno) o di consegnarle la raccomandata dietro autografo. E da parte sua cesserà di aprirmi la porta - spettinato sbadigliante in ciabatte - e di mettere la firmetta e afferrare con le sue mani sapienti il plico (ho notato con quale tenerezza lei contiene nella sua mano la posta «grossa» e la scruta come mio nonno ciabattino si guardava il prodotto girandoselo nelle mani) per indovinare dal peso il numero di cartelle.
Naturalmente sarà d'accordo sul fatto che da quando andrò in pensione, e il postino di via Comino diventerà qualcun altro, quello del ricevere la posta non sarà neanche più per lei lo stesso gesto di sempre, visto che, ecco, oggi lei riceve questa lettera.
Già, lei oggi ha capito tutto. La immagino al suo tavolo. Posa la lettera che accompagna il centinaio di carte che ha davanti, si lascia andare, le mani dietro la testa e rivede un giorno.
Era una mattina piovosa, avevo appoggiato la bicicletta alla rete elettrosaldata che delimita il giardino della sua palazzina, spinto il cancelletto, e avevo suonato al suo numero.
Lei era uscito, spettinato in ciabatte, gli occhi di chi stava sicuramente leggendo.
«Posta per lei, da mettere una firmetta».
«Buondì!», rispose lei.
«Buondì», risposi io. «Ecco una firmetta qui».
Era un pretesto quel plico. Non riuscivo mai a parlare con lei, neanche quando abitava in via Sanmicheli, e introducevo plichi e lettere, una decina di colli la settimana, anche di più a volte, e la facevo firmare quando necessario, ma oltre al buondì non riuscivo a strapparle.
Poi ero rimasto spiazzato, ricorda?, lei s'era trasferito in via Comino, nella palazzina circondata dal giardino, dove tutt'ora vive, e così m’ero dato da fare presso i miei capi delle Centrali per ottenere il trasferimento al quartiere della sua nuova residenza. Ci avevo perso nel cambio, via Comino è un posto sfilacciato, li chiamiamo così i quartieri dove devi pedalare come un mulo, palazzine distanti, pioggia e vento d'inverno, e devi lasciare continuamente la bici allo scoperto e chiudere la borsa perché i colli non si bagnino. Ma bene, la cosa più importante era che lei ora abitava in via Comino e io seguitavo a essere il suo postino.
«Dove devo firmare ?».
«Ecco, qui! - le indicai - Ma non si accorge che sono il postino di via Sanmicheli?», pensavo.
Non credo, essere scrittori significa abitare altri mondi. Lasciarsi dietro le cose. Perderle, come durante i traslochi.
«Ecco, i manoscritti che gli hai mandato per tanti anni al vecchio indirizzo, andati perduti...».
La rassegnazione, ma nello stesso tempo l'emozione di aver trovato il coraggio. Quel plico era una trappola, e funzionava. Almeno quello.
«Ma qui c'è scritto Miozzo, e io sono Mozzi, Giulio Mozzi», protestò lei.
«Allora rifiuta il plico», dissi io.
Lei fece un passo indietro.
«No, come faccio a rifiutare una cosa che non è destinata a me? Posso guardare il plico?».
«No, può accettarlo o rifiutarlo», ma non insistetti nel gioco, lei stava davvero per spazientirsi. Presi il plico dal borsone fissato al manubrio della bici e glielo porsi.
«Vede, il plico non è indirizzato a Giulio Mozzi ma a Giulio Miozzo», mi mostrò lei.
Dissi che vedevo, e le chiesi: «Allora lo rifiuta?».
Lei sorrise.
«Per piacere...».
Finalmente il coraggio di avvicinarla. Quel giorno non dissi altro. Rimisi il plico nel borsone e la salutai.

Lasci stare un attimo la lettera ora e tiri fuori il centinaio di carte dal bustone, se non l'ha già fatto.
Sono tutti fogli A4, vede. Alcuni ingialliti, li posseggo da anni. Alcune sono fotocopie, altri addirittura originali, probabilmente sono di autori che hanno deciso di tenere per sé le fotocopie. Le lettere che accompagnano gli scritti non gliele mando, ci sono i nomi e quelli non voglio che li sappia, anche dove sul frontespizio viene indicato il nome ho provveduto a cancellare. Comunque non le sarà certo difficile riconoscere il passo narrativo di certi autori. Alcuni nel frattempo hanno pubblicato parecchi libri, anche di discreto successo.
Per non confondersi, legga sempre, per favore, seguendo l'ordine da me indicato.
Come vedrà, ho cancellato la numerazione originale con cui gli autori avevano contrassegnato le loro pagine. Così il materiale, estratti di romanzi, racconti tagliati, prose, pezzi di saggi, schegge di un po' di tutto, piano piano potrebbe addirittura prendere una forma, una raccolta di corpi. Ecco come li chiameremo d'ora innanzi. Corpi. Una specie di antologia informe. Questo, mi rendo conto, non dovrei essere io a suggerirglielo, ma spero sia lei a scoprirlo. In realtà a me non importa granché di come giudica lei i «corpi», ciò a cui tengo, piuttosto, è che lei si convinca che durante tutti questi anni, il suo postino le ha sottratto quasi regolarmente un corpo la settimana.
I corpi dunque sono le prove.

di Martina Guenzi

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